L'incredibile sporca storia della famigerata Unità 731

Premessa: tratto da
qui, qui e da
wikipedia
Sino al 1984 si possedevano notizie frammentate di una guerra segreta che
l'esercito giapponese aveva tentato di studiare ed attuare durante il secondo
conflitto mondiale. Ma proprio nel 1984, casualmente, il mondo entrò in possesso
di documenti che provavano ufficialmente l'esistenza di laboratori segreti dove,
beffando le disposizioni della convenzione di Ginevra del 1925 che proibiva lo
studio e la messa a punto di armi chimiche e biologiche, veniva approntata da
alcuni scienziati del Sol Levante una guerra non convenzionale. L'idea di una
guerra chimica e biologica non era affatto nuova, ma il Giappone andò ben più in
là dell'Iprite (2-cloroetil-solfuro) e del Fosgene usati dai tedeschi, o dagli
italiani in Africa orientale nel 1936.
Quell'anno, una giovane giapponese, girando per i sobborghi di Tokyo aveva
acquistato un anonimo opuscolo da un negozietto di libri usati, che poi si
rivelò il drammatico diario di un ufficiale medico giapponese membro di un
laboratorio chiamato Unità 731. In quelle memorie l'ufficiale raccontava le
atrocità che ogni giorno accadevano all'interno dei laboratori militari
giapponesi a partire dal 1932. Tra quei fogli c'erano rapporti medici
dettagliati su malattie mortali provocate volontariamente, come anche di strani
esperimenti fatti su cavie umane, i maruta (pezzi di legno, così venivano
chiamati dagli scienziati queste involontarie vittime). Ad esempio, in uno di
questi rapporti, veniva descritto un esperimento attraverso un diagramma che
mostrava ventuno cavie umane, ciascuna legata ad un palo, disposte in cerchi
concentrici. Le annotazioni spiegavano che al centro veniva fatta esplodere una
bomba di germi per studiare la diffusione della malattia.
Fu solo per caso, quindi, che il mondo conobbe ufficialmente uno dei più
terribili segreti giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.
Un caso fu anche la scoperta di un'enorme fossa comune a Shinjuku area di nuovo
sviluppo urbano di Tokyo. Nel 1989, infatti, durante i lavori di scavo, alcuni
operai restituirono al mondo alcuni resti umani occultati durante la Seconda
Guerra Mondiale. A pochi metri dal cantiere sorgeva un laboratorio distaccato
della famigerata Unità 731. I resti provenivano dalla Manciuria occupata dai
giapponesi e facevano parte del programma di guerra non convenzionale sviluppato
dai Giapponesi.
L'idea di approntare ricerche chimiche e biologiche in campo militare erano
cominciate nel 1927, quando un capitano-medico dell'esercito imperiale, Shirou
Ishii, studiò un articolo riguardante il Protocollo di Ginevra del 1925.
L'ufficiale si convinse ben presto che la guerra moderna si poteva vincere
grazie alla scienza ed alla tecnologia, così iniziò a convincere lo stato
maggiore dell'esercito dell'enorme potenziale strategico e distruttivo di una
guerra non convenzionale. Ishii si convinse che solo un arma finale, altamente
letale, avrebbe permesso al Giappone di acquistare una perfetta egemonia
sull'intero pianeta.
Poco dopo il ritorno di Ishii dall'Europa, un evento gli permise di farsi
conoscere: una forma di meningite scoppiò a Shikoku, per la quale lo scienziato
progettò uno speciale filtro per l'acqua che fermò l'epidemia. Ishii divenne
così un batteriologo famoso.
Nel frattempo Ishii trovò potenti alleati nell'esercito: il Colonnello Nagata
Tetsuzan, capo degli Affari militari; l'ufficiale capo della Prima Sezione
Tattica dello Stato Maggiore Generale dell'esercito, il Colonnello Ryuiji
Kajitsuka; il Colonnello Koizumi Chikahiko, chirurgo generale dell'esercito
(dopo la guerra sarà Ministro della Salute Pubblica e si suiciderà per paura di
essere processato per crimini di guerra); il ministro dell'Esercito e poi
ministro dell'Educazione Sadao Araki, leader della fazione della "Via Imperiale"
nell'esercito giapponese. Il progetto, grazie a questi appoggi, ottenne
l'approvazione dai massimi vertici dello Stato ed ingenti finanziamenti (dai 15
ai 20 milioni di yen) furono stanziati per realizzare i mostruosi esperimenti.
Iniziò così l'avventura criminale di Shirou Ishii, il "profeta della guerra
biologica" giapponese.
In Giappone esisteva già una sezione dell'Esercito che stava compiendo studi
difensivi su armi non convenzionali. Alla conclusione della Prima Guerra
Mondiale, infatti, l'ufficio medico dell'Esercito giapponese mise al comando
dell'équipe di ricerca difensiva il Maggiore Terunobu Hasebe, che fu ben presto
seguito dal dottor Ito con quaranta scienziati. Ma l'inizio della lotta
biologica giapponese iniziò con l'ascesa di Shiro Ishii.
Cavalcando l'onda crescente del militarismo giapponese, Shiro Ishii, a partire
dal 1932 e per tredici lunghissimi anni, nel più totale disconoscimento di ogni
morale scientifica ed umana, fece costruire in numerose località della Cina
occupata e negli altri stati del Sud-Est Asiatico sotto il giogo nipponico
"fabbriche della morte". Una vasta geografia concentrazionaria in cui furono
studiati batteri e virus, quali peste, antrace, morva, tifo, colera,
dissenteria, virus delle febbri emorragiche, tubercolosi, ed inoculati poi nei
prigionieri di guerra divenuti cavie. I soggetti infettati da questi virus,
venivano poi sottoposti a vivisezione senza anestesia, per non alterare le
osservazioni degli organi interni: la morte che sopraggiungeva era un evento da
studiare attentamente e da registrare fin nei dettagli più minuti. In questo
modo gli scienziati giapponesi studiarono, con estrema precisione, gli effetti e
la loro applicazione nelle operazioni di guerra biologica. Unico conforto, se
ciò poteva essere un consolazione, era una dieta sostanziosa, perché le cavie
dovevano essere in forma perfetta per poter affrontare gli esperimenti.
Si presume che siano stati circa seicentomila gli individui morti a causa del
programma di armamento biologico giapponese.
Già a partire dal primo anno di attività di questi laboratori, furono compiuti
esperimenti anche sul campo. Al confine tra Unione Sovietica e Cina furono
gettati in un fiume, nei pressi degli accampamenti nemici, batteri della febbre
tifoide. Nel 1940, scienziati dell'Unità 731 dispersero nei pozzi d'acqua della
provincia cinese dello Zhejiang settanta chili di batteri del tifo, provocando
una catastrofe. La città di Ningbo fu bombardata con i batteri della peste
bubbonica, creando una micidiale epidemia che provocò la morte del 99 per cento
dei contagiati. Sempre nella provincia dello Zhejiang, gli scienziati giapponesi
dell'Unità 731 liberarono uccelli vivi cosparsi d'antrace. Nel 1942, un terzo
della popolazione del paesino di Chongshan morì di peste. Nel maggio del 1942,
bombe al colera (bombe Yagi) provocarono un'epidemia nella provincia dello
Yunnan causando oltre duecentomila morti. L'anno dopo, le stesse bombe colpirono
la provincia dello Shandong.
Il maggior protagonista di questa follia è stato il medico e microbiologo Shirou
Ishii, ideatore della famigerata Unità 731, a Pingfan in Manciuria, e che morirà
da libero cittadino nel suo letto.
Shirou Ishii nacque il 25 giugno del 1892 a Chiyoda Mura, un piccolo paesino nei
pressi di Tokyo, da una famiglia aristocratica di antiche tradizioni feudali.
Brillante studente, grazie anche alla sua eccezionale intelligenza, fu ammesso
nella esclusiva Università Imperiale di Kyoto dove, nel 1916, si iscrisse a
medicina. Nel 1920, si laureò ed entrò nell'esercito come assistente sociale del
Terzo Reggimento della Divisione della Guardia Imperiale. Dopo appena cinque
mesi, fu promosso al grado di tenente e distaccato come medico chirurgo al Primo
Ospedale Militare di Tokyo. Subito dopo intraprese il dottorato in patologia
umana, sierologia e batteriologia all'università di Kyoto. Proprio qui conobbe e
sposò Araki Kyoko, figlia di Araki Torasaburo, medico e rettore dell'università
di Kyoto, che gli assicurò l'appoggio e l'influenza di personaggi importanti e
potenti.
Nel 1924 diede un importante contributo scientifico alla missione medica nel
distretto di Kagawa, dove era scoppiata un'epidemia di encefalite emorragica.
Ishii ne isolò il virus con la messa a punto di un efficace sistema di
filtraggio. Nel 1927 conseguì anche il dottorato in microbiologia. Nel frattempo
fu assegnato all'ospedale militare di Kyoto con il grado di capitano.
Proprio a Kyoto lesse un articolo sul Protocollo di Ginevra, in cui si
diffidavano gli Stati a studiare ed utilizzare armi non convenzionali. Folgorato
dall'idea dell'utilità per il Giappone di studiare e assemblare armi chimiche e
batteriologiche, nell'aprile del 1928 il capitano Shirou Ishii partì per un
lungo tour scientifico intorno al mondo. Anche se non esistono documenti
attendibili per stabilire ciò che egli vide o chi incontrò, sappiamo che visitò
Francia, Italia, Germania, Ungheria, Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia,
Svizzera, Turchia, Polonia, Unione Sovietica, Lituania, Estonia, Stati Uniti,
Canada, Egitto, Singapore, Ceylon.
Al suo ritorno in Giappone trovò in Araki Sadao, ministro della Guerra, nel
generale Nagata Tetsuan e nel ricercatore medico Koizumi Chikahiko, il giusto
sostegno per allestire laboratori che studiassero nuove armi per ammodernare i
mezzi offensivi dell'esercito. Dopo soli quattro mesi dal ritorno dal suo tour
scientifico, Ishii fu nominato preside del Dipartimento di Immunologia
all'Istituto di Medicina dell'esercito di Tokyo e promosso al grado di maggiore.
Nel 1931 iniziò, nel più totale segreto di Stato, la ricerca sulle armi
biologiche e chimiche. Ishii lavorò contemporaneamente alla ricerca difensiva e
a quella offensiva. Infatti, accanto allo sviluppo di nuovi vaccini, per
immunizzare le truppe nipponiche dalle epidemie che potevano scoppiare in caso
di guerra, egli studiò nuovi e potenti armi non convenzionali. Nei suoi
laboratori, insieme ad una piccola equipe di ricercatori fidati, furono
sviluppate colture di batteri altamente letali come peste bubbonica, colera,
tifo e antrace.
L'occupazione giapponese nel 1932 della Manciuria, una regione al Nord della
Cina, e la creazione dello Stato fantoccio del Manchukuo, furono per Ishii la
grande occasione per poter realizzare finalmente esperimenti sul campo.
Inizialmente fu prescelta, come centro per la ricerca e lo sviluppo di armi non
convenzionali, una vecchia distilleria di sakè ad Haerbin. Fin da subito la
scelta di questo paese si rivelò infelice perché minava la segretezza che la
ricerca imponeva: Haerbin era una città abitata da quasi quattrocentomila anime,
quindi, la presenza di questi laboratori non poteva certamente passare
inosservata. Perciò, nell'estate del 1932, Ishii trasferì il centro di ricerca
in un piccolo paesino a cento chilometri a sud-est di Haerbin, ben collegato
dalla ferrovia e al riparo da occhi indiscreti: Beiyinhe.
Qui, attorno ad un area di due chilometri quadrati, furono costruiti circa cento
edifici che dovevano ospitare centri di ricerca, laboratori e alloggi del
personale scientifico e militare. L'edificio più grande si trovava al centro del
complesso ed era suddiviso in due sezioni: la prima comprendeva le prigioni, i
laboratori per gli esperimenti e il forno crematorio, la seconda gli uffici, le
mense e i magazzini.
Il nuovo centro di ricerca fu battezzato Unità Togo, in onore dell'ammiraglio
Togo Heihachiro che nel 1905 aveva sconfitto la flotta russa a Tsushima, durante
la guerra russo-giapponese (1904-1905).
I primi "ospiti" della struttura furono i prigionieri politici, i membri della
guerriglia o, in mancanza di questi, criminali comuni prelevati dalle prigioni e
condotti a Beiyinhe. Essi, secondo le esigenze degli esperimenti, erano
essenzialmente maschi adulti e sotto i quarant'anni. Relegati in anguste celle e
ammanettati per la maggior parte del tempo, tutti i detenuti erano tuttavia ben
nutriti e obbligati ad eseguire continui esercizi fisici per mantenere le loro
condizioni di salute ad un livello ottimale. Nessuno prigioniero sopravviveva
più di un mese.
Le prime malattie ad essere testate su questi prigionieri furono il tifo, la
dissenteria, la peste bubbonica, il vaiolo, la morva e l'antrace. La maggior
parte dei i prigionieri infettati subiva la vivisezione senza anestesia per non
alterare le condizione del sangue e degli organi e per non pregiudicare la
raccolta dei dati degli esperimenti. Altri esperimenti riguardarono l'uso della
corrente elettrica e dei gas letali.
Nelle memorie del generale Endo Saburo, che visitò il complesso nel novembre del
1933, ritroviamo in dettaglio alcuni degli esperimenti fatti su cavie umane. Tra
questi l'utilizzo del Fosfogene ("cinque minuti di iniezione con gas all'interno
di una stanza di mattoni. Il soggetto è rimasto vivo per un giorno dopo
l'inalazione del gas. Condizioni critiche con polmonite"); del Cianuro di
potassio ("al soggetto ne sono stati iniettati quindici milligrammi. Perdita di
conoscenza dopo approssimativamente venti minuti"); della corrente elettrica
("Diverse scariche a ventimila volt non sono sufficienti ad uccidere il
soggetto. Si è obbligati ad un'iniezione per ucciderlo. Anche diverse scariche a
quarantacinquemila volt non sufficienti ad uccidere. Occorrono diversi minuti di
scariche continue a questo voltaggio per far morire carbonizzato il soggetto").
Nell'ottobre 1934 alcuni prigionieri riuscirono a scappare dall'Unità Togo,
raccontando ai compagni, nella incredulità generale, degli atroci esperimenti
che venivano fatti in quella "fabbrica della morte".
Strappato così il velo di segretezza del centro, i vertici militari decisero di
trasferire i laboratori altrove. L'impianto concentrazionario di Beiyinhe fu
distrutto e i pochi prigionieri sopravvissuti uccisi.
Le scoperte "scientifiche" ottenute a Beiyinhe permisero a Shirou Ishii di
ottenere, il primo agosto del 1935, la promozione al grado di tenente-colonnello
medico. L'ufficiale aveva solo quarantatre anni. Un anno dopo arrivò una nuova
nomina, questa volta lo scienziato giapponese ottenne l'incarico di
dirigente-capo del Boeki Kyusui Bu ("Ufficio per la prevenzione delle epidemie e
la purificazione dell'acqua). Questo permise ad Ishii di continuare le sue
ricerche su nuove armi non convenzionali: molte sedi staccate del Boeki Kyusui
Bu sorsero in Manciuria e nelle altre zone dell'Asia orientale sotto il
controllo nipponico. Il quartiere generale di queste "fabbriche della morte", fu
installato a Pingfan, piccolo villaggio a circa venticinque chilometri a
sud-ovest da Haerbin, ben collegato dalla ferrovia Sud-Manciuriana.
La nuova struttura di Pingfan comprendeva oltre centocinquanta edifici,
suddivisi tra uffici, laboratori scientifici (di microbiologia, di patologia e
per la messa a coltura dei batteri letali), abitazioni, magazzini, prigioni,
stalle, serre, forni crematori. All'interno c'erano anche luoghi per la
ricreazione degli scienziati e del personale militare, con annessa piscina, e un
piccolo tempio shintoista. Tutta la zona, chiamata "Zona Militare Speciale", era
circondata da un muro alto cinque metri con tanto di filo spinato elettrificato
ad altissimo voltaggio. Per tutelare la segretezza del nuovo impianto, furono
interdetti sia l'accesso a personale civile, sia i passaggio di aerei civili
sulla zona. La sicurezza degli impianti fu affidata all'interno ad uno speciale
corpo di militari che dipendeva direttamente dal Ministero della Guerra (il
Kempeitai), all'esterno alla gendarmeria dell'imperatore dello Stato fantoccio
del Manchukuo.
L'unità scientifica fu chiamata inizialmente Ishii, in onore del suo fondatore,
ma nel 1941, per ragioni di sicurezza, il nome divenne "Unità 731". Essa fu
divisa in otto sezioni.
La "Sezione I" comprendeva tutti gli impianti di ricerca e produzione degli
agenti patogeni da utilizzare contro il nemico. La "Sezione II" si occupava
degli esperimenti. In questa unità gli scienziati svilupparono e testarono sugli
animali e sulle persone l'effettiva efficacia dei vari tipi di bombe biologiche
e batteriologiche. La "Sezione III" si chiamava Unità per l'Approvvigionamento
dell'Acqua e la Prevenzione Epidemica e dal 1944 fu incaricata anche di produrre
i contenitori per le bombe biologiche. La "Sezione IV", chiamata Divisione per
la Produzione e la Fabbricazione per l'Unità 731, si occupava degli impianti di
produzione degli agenti patogeni, era inoltre responsabile dell'immagazzinamento
e mantenimento di tutti i microrganismi pericolosi. La Sezione per l'Educazione,
la quinta, aveva il compito di formare il personale appena dislocato nel
complesso scientifico 731. La Sezione degli Affari Generali, la sesta, era
incaricata della tesoreria del centro, mentre la settima (la Sezione Materiali)
costruiva e metteva a punto le bombe biologiche e batteriologiche, preparava e
forniva il materiale per la messa a coltura degli agenti patogeni. L'ultima
unità, la Sezione Diagnosi e Trattamento, si occupava dei vari problemi medici
che potevano colpire il personale dell'Unità.
Sino al 1945 l'Unità 731 studiò e sperimentò su civili e prigionieri di guerra
le reazioni a peste bubbonica, tifo, antrace, botulino, vaiolo, paratifo A e B,
salmonellosi, epatite A e B, morva, tubercolosi, colera, salmonella, meningite,
febbri emorragiche, dissenteria, pertosse, scarlattina, encefalite, malattie
veneree, cancrena gassosa, febbre maltese, tularemia, febbri ricorrenti,
difterite, congelamento e dozzine di altre patologie, tra cui la febbre gialla.
Per poter studiare speditamente quest'ultima malattia, nel febbraio del 1939, il
Giappone arrivò persino a richiedere al Rockefeller Institute for Medical
Research di New York campioni di virus della febbre gialla. Ufficialmente il
campione sarebbe servito per studiare dei vaccini, ma le intenzioni giapponesi
erano quelle di ottenere ceppi particolarmente letali del virus della febbre
gialla con l'obiettivo di trasformarli in armi biologiche.
La richiesta fu inoltrata dal Tenente Colonnello Ryoichi Naito, braccio destro di Ishii. Quando l'istituto statunitense respinse la richiesta, il ricercatore nipponico tentò di corrompere un tecnico dell'istituto offrendogli tremila dollari, ma senza successo. Un'inchiesta statunitense sull'accaduto mise in allarme il Dipartimento di Stato ma la minaccia nipponica non fu presa in considerazione, perché il Giappone era lontano dagli Stati Uniti e non poteva lanciare attacchi massicci in America; secondo gli americani, i giapponesi, essendo asiatici, non erano in grado di sviluppare armi biologiche sofisticate senza l'aiuto dell'uomo bianco.
Nel frattempo in Manciuria l'attività delle "fabbriche della morte" proseguiva.
Accanto alle ricerche offensive, furono effettuate anche studi di tipo
difensivo: oltre venti milioni di dosi di diciotto differenti vaccini furono
prodotte e testate per salvaguardare l'esercito nipponico da malattie comuni e
altamente infettive. Furono compiuti anche diversi esperimenti per trovare un
rimedio efficace al congelamento e all'assideramento.
Le cavie utilizzate per gli esperimenti erano per lo più giovani di sesso
maschile, ma in diverse occasioni anche le donne, soprattutto le gestanti,
furono utilizzate per i test, specie quelli riguardanti le malattie veneree come
la sifilide. Questi non solo erano prigionieri di guerra o dissidenti
antigiapponesi, ma anche vagabondi o persone sole.
Per stabilire la quantità necessaria di vaccino da usare in vista di un futuro
utilizzo in guerra, le cavie venivano infettate con dosi differenti di
microrganismi letali. Oppure molti prigionieri, in inverno, venivano condotti
all'aperto e fatti congelare. Successivamente, per poter continuare gli
esperimenti anche nei mesi caldi, furono costruite delle vere e proprie stanze
di congelamento artificiale.
E' difficile, a tutt'oggi, stabilire quante furono le vittime della pazzia di
Ishii (dal 1938 diventato colonnello) e colleghi: a tutti i prigionieri veniva
assegnato un numero che partiva da 101 ed arrivava a 1500. In pratica ogni
numero di soggetto morto veniva assegnato ad un altro prigioniero.
Accanto all'Unità 731 molte altre "fabbriche della morte" furono costruite nei
territori occupati dai giapponesi in Estremo Oriente, molte delle quali
specializzate nella coltura e nella sperimentazione di determinate malattie.
L'efficacia delle armi batteriologiche preparate in laboratorio fu regolarmente
sperimentata, oltre che sui prigionieri internati nei vari campi di
concentramento, anche sul campo.
Il primo attacco chimico arrivò nel 1939, nell'offensiva di Wuhan: dall'agosto e
fino alla fine di ottobre di quell'anno, l'esercito nipponico utilizzò per oltre
trecento volte gas velenosi contro le truppe nemiche. L'anno dopo, a marzo, il
quartier generale giapponese diede il permesso al generale Okamura Yasuji di
usare ben quindicimila barili di gas velenoso.
Il primo attacco biologico, invece, che vide direttamente impegnata l'Unità 731
avvenne nell'estate del 1939, a Nomonhan, al confine tra il Manchukuo e la
Mongolia. Dopo il trasporto a bordo di camion, numerosi bidoni metallici carichi
di 225 litri di liquido gelatinoso infettato con batteri di tifo, furono gettati
nelle fiume. Il risultato fu deludente: i batteri del tifo non sopravvissero
alle acque gelide del fiume, mentre quaranta membri dell'Unità 731, a causa
della mancanza di particolari misure di sicurezza, contrassero il virus.
Nonostante il fallimento dell'operazione, fu decretato un aumento di fondi e di
personale da destinare a vecchi e nuovi centri scientifici.
Due pericolosi esperimenti di guerra batteriologica furono portati a termine
sulla popolazione civile nel 1940: il 4 ottobre sulla cittadina di Chuhsien o
Juxian, nella provincia dello Shantung, il 29 dello stesso mese invece su
Ningbo, nella provincia dello Chechiang o Zhejiang. In quest'ultima occasione,
un aereo carico con oltre 120 chili di grano contaminato (70 chili con batteri
del tifo e 50 chili con batteri del colera), assieme a milioni di pulci
veicolanti la peste bubbonica, furono disperse nell'aria. Contemporaneamente
furono avvelenati numerosi pozzi idrici ricorrendo a batteri di tifo e colera
resistenti all'acqua. Gli effetti dell'attacco biologico, poi studiato in loco
dagli scienziati dell'Unità 731, causò la morte di almeno 99 persone. Nessun
morto fu causato, invece, a Chinhua, dove il 28 novembre del 1940 aerei
giapponesi lanciarono una grande quantità di germi.
La Cina, attraverso il suo ambasciatore a Londra, Wellington Koo, presentò
subito il suo atto ufficiale di protesta al Governo britannico e alla
Commissione per la Guerra nel Pacifico. Si legge nella nota di protesta: «In
almeno cinque occasioni durante i primi due anni le Forze Armate giapponesi
hanno tentato di usare la lotta batteriologica in Cina. Hanno cercato di
scatenare un'epidemia di peste lanciando materiali infetti da aeroplani».
Eppure, agli occhi degli occidentali, quella apparve allora come semplice
propaganda.
A questa protesta ufficiale seguì, nell'aprile del 1942, un rapporto dei tecnici
e degli scienziati della Croce Rossa cinese. Il documento, chiamato "Rapporto
Qian" (dal nome del capo che guidò l'indagine scientifica, Wen Quai Qian)
denunciava e documentava tutti gli attacchi biologici causati dai giapponesi. Il
governo cinese riunì una conferenza stampa in cui invitò molti giornalisti
internazionali. Il "Rapporto Qian" fu tradotto in varie lingue, tra cui
l'inglese, e distribuito a dieci ambasciate straniere accreditate in Cina. Anche
in questa occasione il rapporto non servì a smuovere l'attenzione delle potenze
internazionali e dell'opinione pubblica mondiale su tali crimini contro
l'umanità.
Nel frattempo la sporca guerra giapponese proseguiva. Il 4 novembre 1941 un
aereo dell'Unità di Ishii riuscì a disperdere nel cielo della piccola cittadina
di Changde, nella provincia del Hunan, trentasei chili di pulci infette, e
quintali di grano, riso e cotone intrisi di batteri della peste. Nella piccola
cittadina si iniziò ben presto a morire di peste.
Nel 1942, invece, fu utilizzata l'antrace. La città di Fuxing, al confine tra le
province delle Zhejiang e Jiangxi, fu la prima città vittima di questi attacchi
biologici. In questa occasione furono utilizzati uccelli vivi cosparsi
d'antrace.
Altri attacchi o esperimenti furono condotti sulla provincia dello Yunnan e, in
particolare, sulle città di Chongshan, Baoshan, Shangrao. Nell'agosto del 1943,
la stessa sorte toccò alla provincia dello Shandong, poi alle province
dell'Hebei e dell'Henan.
A partire dal metà 1942 furono regolarmente utilizzati, assieme a ordigni
convenzionali, anche le famigerate "bombe Yagi", bombe di ceramica con
all'interno mosche vive contaminate dal colera. Chi non morì sotto gli attacchi
convenzionali, fu irrimediabilmente contaminato dal colera; questo iniziò a
propagarsi anche fuori dai centri bombardati poiché la popolazione impaurita
prese a riversarsi sui territori circostanti in cerca di riparo.
I metodi di diffusione delle malattie non avvenivano solo attraverso la
dispersione aerea: gli scienziati delle varie Unità distribuivano materiali e
cibi contaminati nei villaggi. Furono usate anche false vaccinazioni come metodo
di contagio.
Ecco quindi una breve lista delle principali atrocità che venivano regolarmente compiute dall'unità 731:
- I prigionieri di
guerra furono sottoposti a vivisezione senza anestesia.
La vivisezione fu realizzata su prigionieri infettati da diverse malattie. Gli
scienziati effettuarono interventi chirurgici nei prigionieri, eliminando organi
per studiare gli effetti delle malattie sul corpo umano. Furono effettuate
mentre i pazienti erano vivi, in quanto si riteneva che il processo di
decomposizione avrebbe alterato i risultati. Tra le persone infettate e
sottoposte a vivisezione si trovavano uomini, donne, bambini, lattanti. Le
vivisezioni furono anche effettuate su donne gravide, rese tali spesso dagli
stessi medici
-
Furono svolti esperimenti sul congelamento con successiva amputazione o
successivo scongelamento per analizzare gli effetti della gangrena risultanti
senza trattamento.
- Furono svolti esperimenti di escissione dello stomaco, fegato, polmoni od
altri organi
- Si usarono bersagli umani per provare granate poste a varia distanza ed in
posizioni differenti
- Furono testati lanciafiamme su umani.
- Alcune persone furono legate a dei pali ed utilizzate come bersagli per
provare bombe batteriologiche, chimiche ed esplosive.
- I prigionieri furono infettati con sieri contaminati con agenti patogeni, per
studiare i loro effetti.
Per valutare la ripercussione delle malattie veneree in assenza di trattamento,
i prigionieri uomini e donne furono deliberatamente infettati con sifilide e
gonorrea e successivamente studiati.
I detenuti furono infettati con pulci al fine di valutare la fattibilità di una
guerra batteriologica. Gli scienziati giapponesi effettuarono prove su
prigionieri, utilizzando gli agenti della peste bubbonica, il colera il vaiolo
il botulismo ed altre infermità e questi esperimenti portarono allo sviluppo della bomba bacillare defoliante e
della bomba di parassiti, usata per spargere la peste bubbonica.
- Parassiti, vestiti
infetti, ed alimenti contaminati furono gettati su vari obiettivi. Le risultanti
epidemie di colera, antrace e peste bubbonica furono responsabili di aver ucciso
almeno 400.000 cinesi.
Pulci infettate con la peste furono allevate nelle installazione dell'unità 731
e nell'unità 1644, e disseminate con aerei sopra ad alcune località abitate da
cinesi, come la città costiera di Ningbo nel 1940 e la città di Changde nel
1941. Tutto ciò produsse l'epidemia di peste bubbonica che uccise migliaia di
civili cinesi
-
Esperimenti con la Tularemia su civili cinesi.
- Alcuni prigionieri furono appesi a testa in giù, per osservare quanto tempo
impiegavano a morire per asfissia.
- Ad alcuni prigionieri fu iniettata urina di cavallo nei reni
-
Ad altri furono interrotti l'accesso all'acqua e l'alimentazione per verificare
il tempo che intercorreva per morire.
-
Altri prigionieri furono posti in camere ove si creava il vuoto, fino alla
morte.
-
Alcuni esperimenti furono realizzati per definire la relazione tra temperatura,
ustioni da freddo e sopravvivenza umana.
-
Alcuni prigionieri furono posti dentro una centrifuga, fino all'exitus.
-
Ad altri fu iniettato sangue umano, studiando gli effetti di questa azione.
-
Alcuni prigionieri furono irradiati con dosi letali di Raggi X.
-
Furono provate, su soggetti umani, varie armi chimiche all'interno di camere a
gas.
- Furono iniettate bolle d'aria nel flusso sanguigno di prigionieri per simulare
embolie.
-
Fu iniettata acqua marina in altri prigionieri per testare se si poteva usare
come sostituto della soluzione salina.
Anche l'epilogo della vicenda legata alle Unità di studio scientifico e
sperimentazione di armi non convenzionali è stato vergognoso.
Il 9 agosto del 1945, in seguito all'invasione sovietica della Manciuria, tutte
le varie Unità scientifiche e di sperimentazione esistenti nel territorio furono
distrutte assieme alla documentazione relativa agli studi scientifici
effettuati. Prima della loro distruzione, gli uomini dell'Unità 731 liberarono
migliaia di ratti che provocarono la peste in numerose contee delle province di
Heilungchiang e Kirin. Ovviamente quasi tutte le "cavie" ancora in vita furono
uccise con iniezione letali o fucilate e gli scienziati e il personale tecnico
ripararono in Giappone.
Al momento della resa, nell'agosto del 1945, ebbe inizio uno dei momenti più
oscuri nella storia americana: gli Stati Uniti infatti, per evitare che i dati
giapponesi sulla guerra biologica cadessero in mano sovietica, si impegnarono a
sottrarre gli scienziati dell'Unità 731 al Tribunale di Tokyo, deputato a
giudicare i crimini di guerra in estremo Oriente. Così tutti i membri dell'Unità
731, compreso Ishii, si salvarono, in cambio dei loro dati, dall'accusa di
crimini di guerra. Era l'inizio della Guerra Fredda.
Nel 1945 il Giappone era sotto la responsabilità del generale statunitense
Douglas MacArthur, cui fu affidata la rinascita democratica del Paese pur
conservando l'Imperatore.
Solo una settimana dopo la resa giapponese il Dipartimento di Stato USA affidò
al Colonnello Sanders il compito di localizzare la macchina da guerra biologica
e lo stesso Ishii. Nei tre mesi successivi, Sanders interrogò molti importanti
comandanti militari e scienziati dell'Unità 731, principalmente Yoshijiro Umezu,
Capo dello Stato Maggiore dell'Esercito, il comandante della gendarmeria
dell'imperatore dello Stato fantoccio del Manchukuo, il Colonnello Tomosa
Masuda, il vice di Ishii, e il Maggiore Jun'ichi Kaneko, esperto in bombe
batteriologiche. Del capo delle Unità scientifiche nipponiche nessuna traccia.
L'importanza di rintracciare e interrogare Ishii divenne prioritaria. Poco dopo
lo scienziato nipponico fu individuato e, per sviare l'opinione pubblica, fu
dichiarato morto. I giornalisti poterono assistere ai suoi falsi funerali. Ishii
fu interrogato dal 17 gennaio al 25 febbraio 1946 dal Colonnello Thompson.
Nell'interrogatorio lo scienziato giapponese si assunse tutta la responsabilità,
allontanando l'accusa di implicazione dell'Imperatore Hirohito.
Tutti i programmi di ricerca biologica effettuati dall'Unità 731 furono
secretati, specie quelli riguardanti esperimenti su cavie umane. La segretezza
tuttavia durò poco. Nel gennaio del 1946, infatti, apparve sul "New York Times"
un articolo che riportava un rapporto dell'U.S. Army, in cui si affermava che
tra le vittime degli esperimenti di Ishii c'erano anche dei cittadini americani.
Il 6 maggio 1947 MacArthur inviò al Comitato di Coordinamento del Dipartimento
di Stato, della Marina e della Difesa la richiesta di immunità ufficiale per
Ishii e colleghi in cambio di importanti e ulteriori informazioni. Il 13 marzo
1948 il ministero della Difesa USA telegrafò al generale MacArthur autorizzando
lo stesso ad accordare a Ishii e colleghi la totale immunità. Solo trenta membri
dell'Unità 731 furono portati davanti al Tribunale di Tokyo per i crimini di
guerra l'11 marzo 1948. Ventitrè di loro furono ritenuti colpevoli, cinque
furono condannati a morte, ma nessuna sentenza fu eseguita. Entro il 1958 tutti
i condannati erano liberi.
L'unica inchiesta giudiziaria mossa contro i fatti legati alle Unità di ricerca
e sperimentazione batteriologica avvenne a Khabarovsk, in Unione Sovietica,
nella Siberia orientale. Dal 25 al 31 dicembre del 1949 furono portati alla
sbarra dodici membri delle varie Unità legate alla guerra non convenzionale,
catturati dai sovietici nel 1945 nel momento in cui l'URSS, nel corso della sua
avanzata in Manciuria, si imbatteva nelle diverse "fabbriche della morte". Le
prove furono raccolte nei quattro anni precedenti al processo e si basavano su
diciotto volumi che raccoglievano interviste e testimonianze di soldati
giapponesi collegati alle varie Unità di sperimentazione di armi di distruzione
di massa. Tutti gli imputati confessarono di aver commesso terribili crimini
contro civili cinesi e di aver utilizzato negli esperimenti uomini, donne e
bambini, anche sovietici e americani. I dodici imputati accusarono anche
l'imperatore Hirohito di essere a conoscenza del programma di guerra biologica e
di aver dato il via libera alla costruzione dell'Unità 731 e affini.
I dodici uomini imputati erano: il generale Yamada Otozoo, il chimico Takahashi
Takaatsu, il veterinario Hirazakura Zensaku, gli infermieri Kikuchi Norimitsu e
Kurushima Yuji, i batteriologi Kawashima Kiyoshi, Nishi Toshihide, Karasawa
Tomio, Onoue Masao e Sato Shunji.
Il processo di Khabarovsk non ebbe un forte impatto mediatico, ma la stampa
sovietica mise bene in evidenza come Shiro Ishii e molti suoi colleghi fossero
al sicuro e liberi in Giappone.
I dodici giudicati a Khabarovsk furono condannati a pene detentive che andavano
da un minimo di due anni ad un massimo di venticinque. Nessuno fu condannato a
morte, malgrado la natura dei crimini e sebbene la legislazione sovietica
prevedesse la pena capitale per reati di entità infinitamente minore. Tutti
furono rimpatriati nel 1956, anno delle liberalizzazioni seguite alla morte di
Stalin. Anche in questo caso, le pene furono lievi perché probabilmente anche il
governo sovietico avrebbe voluto ottenere informazioni utili da parte degli
scienziati giapponesi.
Finita la guerra, numerosi scienziati giapponesi legati al programma di guerra
biologica giapponese non solo si ritrovarono liberi, ma ottennero anche
incarichi di prestigio. Naito Ryoichi, Kitano Masaji e Futagi Hideo, tra i
principali pianificatori degli attacchi biologici in Cina e responsabili dei
molti esperimenti sugli esseri umani all'Unità 731, fondarono nel 1947 una
"Banca del sangue", la Japan Blood Plasma Company, che si assicurò nel 1950 un
fruttuoso contratto con gli Stati Uniti per le forniture di sangue ai soldati
americani impegnati nel conflitto coreano.
Altri intrapresero la carriera
accademica: il dottor Ishikawa Tachiomaru, ex patologo dell'Unità 731, divenne
preside dell'Istituto di medicina dell'Università Kanazawa, una delle più
illustri istituzioni giapponesi; Tabei Kazu, responsabile di molti esperimenti
sul tifo nell'Unità 731, divenne docente di batteriologia a Kyoto; Ogawa Toru,
ex addetto alla selezione dei ceppi più virulenti dell'Unità 1644, divenne
professore alla Facoltà di medicina di Nagoya; Yoshimura Hisato, esperto degli
esperimenti sul congelamento presso l'Unità 731 divenne presidente della Società
di Meteorologia e guidò numerose spedizioni in Antartide per studiare, questa
volta su dei volontari, gli effetti del freddo estremo sulla fisiologia umana;
Wakamatsu Yujiro, ex capo dell'Unità 100, divenne membro scientifico
dell'Istituto Nazionale della Salute e lavorò per vari istituti sanitari,
specializzandosi nella ricerca pediatrica sulle infezioni da streptococco.
Più "sfortunato" fu Shiro Ishii, che non poté ottenere alcun incarico né in
istituzioni private né pubbliche. Lo scienziato, dopo aver ottenuto la più
completa immunità da parte degli Stati Uniti in cambio delle sue conoscenze, si
ritirò nella sua casa nella prefettura di Chiba, nelle vicinanze di Tokyo.
Condusse una vita tranquilla insieme alla sua famiglia, percependo un'ingente
pensione da generale di divisione. Morì da libero cittadino, all'età di
sessantasette anni, di cancro alla gola.
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico