Alcuni misteri sulla scoperta dell'America

L'America fu scoperta da Cristoforo Colombo il 12 Ottobre 1492, dando inizio alla scoperta, conquista ed evangelizzazione del continente, producendo qualcosa di unico nella storia dell'umanità.
Come ci ricorda anche
wikipedia, l'impresa navale di Colombo, motivata dal desiderio di raggiungere le
Indie e commerciarvi direttamente e più velocemente, fu resa possibile dalla
determinazione del viaggiatore genovese ma anche - come avviene nel caso di
molte scoperte - da un suo errore.
Egli sosteneva infatti che la Terra avesse un diametro più piccolo di quello
effettivo e che il continente euroasiatico fosse più esteso di quanto non sia in
realtà: la composizione di questi due errori, originati rispettivamente da
Toscanelli e Marco Polo, aveva come effetto la convinzione, nei fatti infondata,
di poter compiere la traversata dall'Europa all'Asia. A quell'epoca, in effetti,
nessuna nave sarebbe stata in grado di compiere gli oltre 20.000 km che separano
la Spagna dal Giappone, se non altro perché non esisteva nave capace di stoccare
a bordo un quantitativo di provviste sufficienti al compimento del viaggio, che
avrebbe richiesto - in condizioni ottimali - più di quattro mesi.
I calcoli di Colombo erano sbagliati, mentre quelli dei suoi avversari erano
sostanzialmente corretti: Colombo stimava in appena 4400 km la distanza dalle
Isole Canarie alla costa asiatica, un valore cinque volte più piccolo di quello
reale. La grande fortuna di Colombo fu che il suo viaggio venne molto ridotto,
perché sulla strada per le Indie trovò le Americhe, altrimenti la sua spedizione
sarebbe sicuramente perita in mezzo all'oceano, o sarebbe tornata indietro.
La forte opposizione che Colombo trovò, derivava dal fatto che la traversata
oceanica era considerata troppo lunga per essere fattibile e non già dalla
credenza che Colombo fosse il solo a sostenere che la Terra fosse sferica.
Infatti, la consapevolezza della sfericità della Terra era opinione comune già
della gente colta del basso Medioevo (per tutti, si possono citare san Tommaso
d'Aquino e Dante Alighieri). Già dall'antichità, le osservazioni prodotte in
ambiente astronomico-matematico ellenistico (dove la circonferenza della Terra
era stata accuratamente misurata da Eratostene) erano state riprese e
perfezionate dagli scienziati musulmani, che avevano tradotto e studiato quei
testi, e dagli studiosi occidentali. Oltretutto, all'epoca in cui Colombo
effettuò i suoi calcoli per il compimento del primo viaggio, il procedimento di
Eratostene (che fornisce una stima della misura della circonferenza terrestre
con un margine di errore minore del 5%) era disponibile e sarebbe potuto essere
ripetuto.
Colombo stesso non si rese conto di essere su un continente diverso da quello
che si aspettava: in seguito, come annotò sui suoi diari, battezzò le terre
scoperte nuevo mundo e nel suo ultimo viaggio riconobbe le coste di ciò che lui
definì il continente; questa la versione ufficiale, riportata dalla maggior
parte dei libri di storia.
La leggenda che la Terra fosse considerata piatta deriva da un romanzo del 1828,
La vita e i viaggi di Cristoforo Colombo di Washington Irving, che descriveva la
falsa immagine di un Colombo unico sostenitore della teoria di una Terra rotonda
contro l'ignoranza medioevale.
Insediamenti vichinghi in Nord America

Come ci ricorda anceh
Wikipedia, l'Anse aux Meadows
(una corruzione del francese L'Anse-aux-Méduses, ovverosia La baia delle meduse)
è un sito archeologico che si trova nella parte più settentrionale dell'isola di
Terranova, in Canada, in cui nel 1960 l'esploratore norvegese Helge Ingstad e la
moglie archeologa Anne Stine Ingstad scoprirono i resti di un antico villaggio
vichingo.
Si tratta dell'unico accreditato villaggio vichingo del Nordamerica al di fuori
della Groenlandia; qui è stata condotta una ricerca archeologica durata molti
anni che ha portato alla luce abitazioni, oggetti e utensili compatibili con la
civiltà che li avrebbe creati. L'insediamento risale ad oltre 5 secoli prima dei
viaggi di Cristoforo Colombo e in esso si trovano le più antiche costruzioni
europee delle Americhe.
È da molti ritenuto essere il leggendario
Vinland, l'insediamento dell'esploratore Leif Ericsson intorno all'anno 1000.
Il clima di Terranova a quell'epoca era significativamente più caldo di quanto
non sia oggi. Secondo la Saga dei groenlandesi, Ericsson partì dalla Groenlandia
per cercare la regione di cui gli aveva narrato Bjarni Herjólfsson. Egli trovò
così una terra ricca di salmoni, uva e libera dai ghiacci durante l'inverno, da
cui portò con sé una gran quantità di legname verso la Groenlandia (che aveva
pochissimi alberi).
Il sito venne utilizzato per soli due o tre anni. Si crede, in base ad evidenze
sia archeologiche che letterarie, che l'abbandono sia stato causato dalle
pessime relazioni con i nativi americani. Sono state suggerite anche altre
cause, come conflitti relativi alle donne o inverni particolarmente rigidi.
Molto prima di Colombo

Di tanto in tanto
viene scomodato il grande ammiraglio musulmano cinese Zhenghe per avvalorare la
tesi che l'America è stata scoperta prima dai cinesi.
Come qualcuno ha suggerito però, anche se fosse vero, non ne è rimasta traccia
nella storia dell'umanità e pertanto la scoperta risulterebbe quantomeno
inutile. Questa tesi ad ogni modo, oltre a fare acqua in più punti, dato che di
prove certe non ce ne sono, è smentita in ogni caso da due prove inconfutabili.
Innanzitutto già nel 900 d.C. i Vichinghi avevano stabilito degli insediamenti
sulle coste nord orientali del continente americano (anche se non in forma
permanente) ; in secondo luogo, l'America era già abitata da una moltitudine di
popolazioni paleo indiane provenienti per lo più dalla Siberia Orientale e ...
dalla Cina.
Queste eterogeneo gruppo di popolazioni giunse in America in un arco di 30.000
anni passando per lo stretto di Bering, affrontando un pericolosissimo tragitto
attraverso steppe, deserti, foreste e ghiacciai, costellato di pericoli
insidiosi come i branchi di iene, grossi felini, il freddo e la fame pungente.
Paleo-indiani o paleoamericani è la classificazione assegnata alle prime
persone che sono entrate in America durante la fase finale della glaciazione
avvenuta nel tardo Pleistocene. I primi gruppi di (coraggiosi) cacciatori,
secondo le prove raccolte sino ad ora, sarebbero giunti nel continente americano
attraversando lo stretto di Bering.
All'epoca però un ponte naturale di terra, chiamato Beringia, connetteva l'Eurasia all'America. Beringia ha avuto vita relativamente breve (tra il 45.000 a.C e il 12.000 a.C). Il ponte non è stato utilizzato esclusivamente dagli umani, ma anche da grosse mandrie di bovini. Oltre a Beringia successivamente si formarono anche dei corridoi di ghiaccio tra i due continenti che furono sfruttati per ulteriori migrazioni di animali e uomini e che man mano percorsero l'intero continente americano, fino a giungere nel sud.
Le datazioni di queste migrazioni sono tuttora oggetto di dibattito in
quanto ovviamente non abbiamo testimonianze scritte di questi eventi, ma solo
una serie di prove dirette ed indirette.
Gli oggetti più antichi rinvenuti dagli archeologi sono punte di freccia,
strumenti in pietra e raschietti. I moderni indigeni americani sono legati da
una lunga serie di prove scientifiche principalmente alle popolazioni della
Siberia Orientale: queste prove variano da analogie linguistiche, alla
distribuzione di tipi di sangue, alla composizione genetica riflessa dai dati
molecolari come il DNA. Tra l'8000 e il 7000 a.C. il clima si stabilizzò e si
mitigò, portando al fiorire delle nuove culture americane.
L’origine asiatica
delle popolazioni indigene del Nord e Sud America è da tempo riconosciuta. Uno
studio internazionale guidato da Antonio Torroni e Alessandro Achilli delle
università di Pavia e Perugia, pubblicato sulla rivista Plos One, ha ora
dimostrato che la quasi totalità dei nativi americani derivano dai coloni che
arrivarono nel Nuovo Continente in un unico grande evento migratorio, circa
ventimila anni fa.
Grazie all’analisi del Dna contenuto nei mitocondri (gli organuli in cui avviene
la gran parte delle reazioni metaboliche della cellula) è noto fin dai primi
anni novanta che il 95 per cento di tutte le popolazioni native del continente
fanno capo a quattro linee evolutive parentali (denominate aplogruppi) che si
sono diffuse dallo stretto di Bering fino alla Terra del Fuoco. L’esame dei dati
raccolti da Torroni e Achilli su oltre 200 genomi mitocondriali ha dimostrato
che l’evento migratorio non solo ebbe un’origine comune, ma si realizzò circa
diecimila anni prima di quanto finora creduto.
I dati genetici sono anche in accordo con la datazione al radiocarbonio dei più
antichi reperti rinvenuti in Sud America, risalenti appunto a ventimila anni fa
(cioè subito dopo l’ultima glaciazione) e non 11mila, come sembravano indicare
gli studi precedenti condotti sulla cosiddetta “cultura Clovis”, ritenuta la più
antica del continente.
Grazie all'abbassamento dei mari dovuto alla glaciazione, ventimila anni fa
l’Asia e il Nord America dovevano essere unite da un istmo di terra largo circa
1.500 chilometri in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering. Le
popolazioni si sarebbero diffuse da questa regione, chiamata Beringia, lungo la
costa del Pacifico da cui si sarebbero mosse per colonizzare il continente
americano, fino a quel momento probabilmente disabitato.
I polinesiani in America prima di Colombo
Premessa: tratto da qui
La spedizione di Thor Heyerdahl con il Kon-Tiki, nel 1947, aveva dato peso all´idea che nella più lontana preistoria potessero aver avuto luogo spedizioni marine che, partendo dalle coste del Sud America, approdarono sulle isole della Polinesia. Da allora, nel corso degli anni sono però venute accumulandosi prove del fatto che la Polinesia sia stata colonizzata non da popolazioni provenienti dall´America, ma da popolazioni che si spostavano in direzione opposta: da genti cioè che, partendo dall´Asia, si erano sempre più addentrate nelle distese oceaniche del Pacifico.
Questa constatazione ha portato i ricercatori a domandarsi se, in questo progressivo spostamento a est, i polinesiani non siano anche giunti sulle coste sudamericane. Come riferiscono sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), Alice Storey e collaboratori, dell´Università di Auckland, hanno condotto una ricerca che sembra suggerire una risposta positiva a questa domanda.
I ricercatori neozelandesi hanno dapprima utilizzato la datazione al radiocarbonio per determinare l´epoca a cui risalivano alcune ossa di pollo ritrovate durante uno scavo nel sito archeologico di El Arenal, sulla penisola di Arauco, in Cile, per poi sottoporle all´analisi del DNA. È risultato che quei polli risalivano ad almeno 100 anni prima dell´arrivo degli europei in America, contraddicendo l´opinione sostenuta da diversi storici che questa specie di volatili sia stata introdotta nel Nuovo Continente da spagnoli e portoghesi all´inizio del XVI secolo.
I dati ricavati dall´analisi genetica suggeriscono invece che i primi polli arrivati in America provenissero dalla Polinesia e, dunque, che qualche spedizione organizzata dalle genti che popolano le isole del Pacifico abbia toccato le coste sudamericane prima del 1492.
Gli antichi romani in America?


Una delle teorie più affascinanti riguarda quella, non accettata dall'archeologia ufficiale, secondo cui degli antichi romani naufragarono sul continente americano, come dimostrerebbero alcuni reperti.
Nel 1933 è stata trovata
in uno scavo a Tecaxic-Calixtlahuaca (Messico) una piccola testa di terracotta
che si è poi detto essere un'opera romana del II secolo d. C.
La prova della termoluminescenza eseguito nel 1995 l'ha datata tra il IX sec. a.
C. e la metà del XIII d. C., quindi prima di Colombo. Sembra che l'edificio sia
stato abbandonato nel 1510, prima dell'arrivo degli Europei, e i resoconti degli
scavi sembrano escludere intrusioni successive.
Si è ipotizzato che le correnti possano aver portato fino al golfo del Messico
una nave romana.
C'è anche chi ha pensato che potrebbe trattarsi di uno scherzo: qualcuno avrebbe
potuto mettere lì il reperto durante gli scavi, alcuni sostengono che non ci
sono abbastanza prove che possa essere stato scavato in quel luogo.
Come si legge ad esempio
sul Corriere, la testa misura appena 2 centimetri e mezzo, e raffigura un uomo
di mezza età dall' aspetto severo, barbuto, con capigliatura folta e un berretto
a tronco di cono. Venne realizzata "a stampo" (cioè utilizzando una matrice per
una produzione in serie) e l' esame della termoluminescenza, effettuato nel
laboratori del Max Planck Institut di Heidelberg, in Germania, ha stabilito che
e' antica indicando che la cottura avvenne in un anno da collocarsi tra il IX
secolo avanti Cristo e il XII secolo dopo Cristo. Il grande arco temporale
indicato e' purtroppo insito nel metodo di datazione ma, comunque, esclude possa
trattarsi - come qualcuno aveva ipotizzato - di un' opera coloniale spagnola.
La testa venne scoperta nel 1933 a Tecaxic - Calixtlahuaca, nella Valle di
Toluca, 65 chilometri a ovest di Città di Messico, un tempo abitata dalle tribu'
Matlazincas, assoggettate dagli Aztechi poco prima dell' arrivo dei
Conquistadores spagnoli. L' archeologo che la rinvenne, Garcia Payon, si rese
conto della singolarità del reperto e registrò chiaramente che si trovava,
insieme ad altre offerte di grande pregio, all' interno di una delle due tombe -
offerta scavate nel "corpo" di una struttura sacra formata da una piattaforma di
pietre con gradinata.
Un edificio sacro il cui ultimo rifacimento risaliva a un periodo di tempo compreso tra il 1476 e il 1510, anno in cui l' edificio venne abbandonato per sempre.
Secondo l' archeologo, quindi, le due tombe erano riferibili a un periodo appena più antico del 1510; data che comunque precede di 9 anni l' arrivo di Cortes sulla costa del Golfo del Messico e di 11 la conquista di Tenochtitlan, la capitale degli Aztechi.
Questo esclude perciò
anche l' improbabile eventualità che siano stati i Conquistadores spagnoli del
Seicento a importare in Messico la statuetta romana. L' archeologo Payon,
inoltre, scrisse chiaramente nella sua relazione di scavo che nella struttura
non vi erano segni di "intrusioni" successive alla sua realizzazione e che i
pavimenti che si sovrapponevano e "sigillavano" le due tombe erano assolutamente
intatti. Quindi nessuna traccia di "inserimento" successivo alla chiusura delle
tombe.
L' ipotesi del viaggio involontario, cioè dovuto alla forza delle correnti e dei
venti, e' quella che meglio sembra spiegare la presenza della testina romana in
Messico. Casi di viaggi di questo tipo sono noti fin dall' epoca classica: una
nave venne catturata da una tempesta sulle coste della Siria e in 24 giorni di
navigazione senza controllo arrivò a Gibilterra; agli inizi del ' 700 una nave
che si trovava nelle acque delle Canarie venne trasportata proprio sulle coste
messicane.
Maggiori informazioni in italiano qui


Inoltre, ci sono anche notizie relative ad una nave romana e a delle monete romane ritrovate in America, ad esempio traggo da qua, il resoconto della questione.
Nel giugno e agosto del
1886 alcune tempeste erosero una considerevole parte della spiaggia di Galveston
Island, in Texas. Quanto restava di un antico relitto venne alla luce e
ritrovato. Il Galveston Daily News nell’edizione del 9 Luglio 1886 riportò che:
«la sua poppa, o ciò che si suppone possa essere la sua poppa, è assemblata in
maniera tale da contraddire ogni ragionevole supposizione che appartenesse ad un
vascello risalente almeno al 16° secolo. Essa venne costruita con la più solida
e massiccia quercia di almeno sei o sette pollici di spessore e i pezzi
poggiavano a forma di croce l’uno sull’ altro, assicurati con grossi chiodi di
ferro , in maniera totalmente diversa dai dettami dell’ attuale ingegneria
navale».
Quella nave certamente non era stata costruita dai nativi americani ed essendo
molto antica lasciava irrisolti un’infinita serie di interrogativi.
Interrogativi che hanno negli anni riportato a galla l’annosa
questione di possibili contatti transoceanici tra l’America e il Vecchio Mondo
in epoche di molto antecedenti la colonizzazione europea ad opera degli
spagnoli.
Di questa scoperta si è occupato il professor Valentine Belfiglio della Texas
Woman's University, pluripremiato studioso. Belfiglio, è certo che il relitto
sia quello di una nave romana sbarcata nelle Americhe intorno al IV secolo d.C.
Il contatto sarebbe avvenuto accidentalmente, in quanto il mercantile sarebbe
naufragato sulle coste del Texas trasportato dalle correnti oceaniche, forse
durante un viaggio con destinazione Canarie.
Negli anni il professor Belfiglio ha accumulato indizi probatori che non si limitano ai resti del natante ma che investono anche la linguistica, la numismatica e l’archeologia. Indizi che aiutano a costruire una tesi, quella degli antichi romani in Texas, oggi sempre più solida. Dunque, davvero l’equipaggio di una nave romana toccò terra per venire a contatto con una tribù oggi estinta?
I romani erano pratici iniziarono a navigare per due scopi principali. Il primo fu quello di trasporto truppe o per battaglie navali. Il secondo era di natura commerciale. Studi condotti da Cary e Warmington (1929) provano che dal 200 d.C. i marinai romani attraversarono lo Stretto di Gibilterra e visitarono le Isole Canarie (Canaria) e Madeira (Purpuriarae). Una nave romana potrebbe aver attraversato lo Stretto ed essere portata fuori rotta dalle correnti Nord e Sud Equatoriali delle Canarie fino alle coste del Golfo del Texas.
Niente indica che i romani avevano il Texas nei loro itinerari. Devono essere stati sbattuti fuori rotta da una violenta tempesta e trasportati dalle predette correnti equatoriali fino al Golfo del Messico. Il relitto della nave ritrovato nell’isola di Galveston assomiglia molto più ad una nave mercantile piuttosto che ad una galea da guerra.
E non basta: un’autentica moneta romana venne dissotterrata a 8 pollici
sotto la superficie, 25 piedi dalla riva, sulla spiaggia di fronte al Golfo del
Messico nella zona sud-est dell’isola. La scoperta venne fatta il 5 settembre
del 1993 alle ore 10.35 da Kamron che identificò la lingua dell’ iscrizione
sulla moneta come latino. La somiglianza e l’iscrizione stessa indicano che
venne coniata durata il regno di Traiano (AD. 98-117). La moneta sembra essere
d’argento.
Un’altra moneta, un follis,
fu scoperta, da un certo Duckworth, intorno al 1970 nelle dune sabbiose difronte
all’Oceano. Coniata nel 270-73 d.C. nella Gallia meridionale reca l’effige di
Tetricus II.
Esiste un’altra moneta romana trovata in un mound indiano, vicino la città di
Round Rock, nel Texas.
La scoperta è avvenuta nel 1964 ed è particolarmente importante. Si
tratta di una moneta romana, coniata tra il 313 e il 314 d.C., ritrovata un
metro circa sotto la superficie di un fino ad allora intatto mound indiano,
datato all’incirca 800 d.C., accanto ai resti di un nativo americano. Il terreno
dell’area attorno al sito è roccioso, gli oggetti metallici non affondano
profondamente nel suolo perfino dopo molti anni e i roditori non scavano in
profondità per la presenza di roccia, perciò la moneta deve essere stata
intenzionalmente o accidentalmente sepolta nel mound durante il periodo
pre-colombiano.
Le antiche popolazioni indiane del Texas costruirono queste
colline sopra una sepoltura. La zona comprendente l’odierna città di Round Rock
era situata nell’area di caccia e pesca dei Karankawa.
Il Dallas Morning News si occupò della scoperta nel dicembre del 1976 con due
articoli. In uno viene riportata la descrizione della moneta fatta dal prof
Epstein: “il reperto che ha le dimensioni di una moneta d’argento da dieci
centesimi di dollaro, mostra l’effige di un giovane imperatore che indossa una
corona d’alloro, una corazza e un mantello. Le iscrizioni si riferiscono
all’Imperatore Costantino e al suo figlio Augusto e all’invincibile Sole
compagno dell’Imperatore.
Tutta la questione relativa agli antichi romani in America ed ai relativi reperti è considerata controversa dall'archeologia ufficiale.
Si tratta davvero di una testa di origine romana? La nave è realmente romana? Quelle monete sono state messe lì all'epoca romana o in tempi recenti?
Per le caratteristiche degli oggetti e della situazione, queste domande probabilmente non troveranno mai una risposta.
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico