La psicologia delle credenze sul soprannaturale
 

 

Premessa: tratto in buona parte da http://psicocafe.blogosfere.it


Quello che sto per riportarvi è un articolo a firma dello psicologo Jess Bering sulla “psicologia cognitiva di Dio”, il cui abstract è apparso su American Scientist.

La domanda che Bering si fa è allo stesso tempo semplice e disarmante: cosa c’è nella mente umana che porta così tanti membri della nostra specie a nutrire una fede irremovibile in un essere invisibile e onnipotente che gli occidentali chiamano Dio?
Al di là dell'effettiva esistenza di Dio, la "possibilità cognitiva" della fede sembra essere profondamente radicata in quello che siamo e deve aver costituito evoluzionisticamente un grosso vantaggio per la nostra specie.
Il mero desiderio o bisogno di credere non sembra fornire una spiegazione soddisfacente della pervasività planetaria del fenomeno religioso.
In uno studio condotto da Bering, il grado di paura o ansia rispetto alla morte non correlavano un granché con l'intensità della fede religiosa. Coloro che avevano minore paura di morire erano proprio i materialisti e non, come ci si sarebbe aspettati, gli immortalisti ( cioè coloro che credono nella prosecuzione di una qualche forma di coscienza dopo la morte).

Le credenze religiose sono il risultato di un indottrinamento culturale? Una semplice questione di esposizione a queste idee sin dalla nascita?
Se questa ipotesi fosse vera i bambini molto piccoli non dovrebbero esibire segnali di queste credenze soprannaturali prima di un’effettiva esposizione culturale in tal senso.
Bering ha condotto a questo proposito un esperimento con bambini dai 4 ai 12 anni, allestendo uno spettacolo di pupazzi, nel quale un piccolo e innocuo topino veniva mangiato da un vorace alligatore. Dopo la rappresentazione della morte del topo Bering ha chiesto ai bambini: “Ora che il topo è morto gli manca la sua mamma?”, “E’ ancora affamato?”, “E’ ancora arrabbiato con suo fratello?”, “ Può ancora gustare l’erba mangiata giusto prima che morisse?”
Curiosamente più il bambino era piccolo più era probabile che ritenesse residua, nel topo morto, la capacità di sperimentare vari stati mentali.
Eppure anche i bambini in età prescolare generalmente comprendono che il corpo del topo ha smesso di funzionare dopo la morte.
Questo è esattamente l’opposto di quanto ci aspetteremmo di trovare se le origini delle credenze soprannaturali fossero da rintracciate esclusivamente nell’indottrinamento culturale.
Inoltre le risposte “religiose” – come paradiso, dio o spiriti- nei bambini più piccoli sono straordinariamente rare.
Alcune delle evidenze più impressionanti di questo studio riguardano la disconnessione fra processi corporei e psicologici strettamente relati.
Per esempio molti dei bambini più piccoli argomentavano che il topo morto non aveva bisogno di mangiare o di bere dopo la morte, ma allo stesso tempo affermavano che esso avesse conservato la capacità di sentire la fame e la sete.
Anche i bambini più piccoli sapevano che il cervello smette di lavorare, ma la maggior parte dei bambini, anche i più grandi, rifiutavano di dire che il topo aveva smesso di amare la sua mamma dopo la morte.
 

 

 

La predisposizione genetica alla credenza soprannaturale


Se l’indottrinamento culturale non è sufficiente a spiegare il fenomeno religioso è possibile che la mente umana abbia una predisposizione genetica alla credenza soprannaturale? E su cosa si fonda questa predisposizione?
Secondo Bering essa è basata sui meccanismi di inferenza mentale “disegnati” per ragionare sulle menti degli altri.
Se questo è corretto la tendenza a “credere al sovraumano” dovrebbe emergere e incrementarsi parallelamente alla capacità del bambino di concepire una teoria della mente altrui.
L’esperimento della Principessa Alice ci chiarirà meglio questo passaggio.


Bering ha condotto questo esperimento con bambini più piccoli rispetto a quelli incontrati nell’esperimento dei pupazzi.
Nella stanza erano sistemate due scatole e il compito affidato ai bambini era quello di indovinare in quale delle due fosse nascosta una palla.
Ai bambini era stato detto che nella stanza c’era la Principessa Alice, una principessa magica molto buona, che era capace di rendersi invisibile e che li avrebbe aiutati comunicando con loro se, per esempio, stavano scegliendo la scatola sbagliata.
Nel laboratorio un paio di apparecchi, manovrati da alcuni assistenti di Bering, erano in grado di far cascare per terra un quadro e di far accendere e spegnere all’improvviso una lampada da tavolo.
I bambini di 7 anni, di fronte a eventi inaspettati (quadro che cade, lampada che si accende e persino la campana della vicina università che suona!), cambiavano la scatola che avevano scelto inizialmente, convinti che la Principessa Alice stesse comunicando a loro il suo suggerimento.
Anche i bambini di 5 anni pensavano che fosse la Principessa Alice a fare queste cose, ma non intravvedevano in tutti gli eventi inattesi un tentativo di comunicare (alla principessa forse piace che il quadro stia lì per terra?) e così perseveravano nella loro scelta iniziale.
I bambini di tre anni facevano spallucce o davano spiegazioni fisiche dell’evento (il quadro non era attaccato alla parete abbastanza bene...).
In altre parole per poter “credere” agli agenti sovrannaturali sembra necessario aver sviluppato un “ragionamento di second’ordine”, bisogna essere capaci di capire che “Alice sa che io non so dove sia la palla” e bisogna possedere l'abilità cognitiva di comprendere le intenzioni e i desideri degli altri.
 

Questa predisposizione della mente umana a credere sarebbe, in altre parole, l'ovvia conseguenza del fatto che siamo "programmati" per interagire con elementi intenzionali e senzienti: i nostri simili.
E saremmo dunque quasi "forzati", quando pensiamo per esempio ai morti, ad attribuire loro sensazioni, sentimenti, comportamenti, e tentativi di comunicazione.
Anche quando pensiamo a Dio non riusciremmo, per questi motivi, a concepirlo privo di quelle intenzionalità, emozioni e raziocinio che siamo soliti rintracciare in noi stessi e negli altri esseri umani.
In qualche modo, secondo Bering, è il non credere ad essere controintuitivo e, in un certo senso, impossibile per la mente umana.
Anche i più scettici e materialisti fra di noi avranno sicuramente sperimentato, in forme magari più sottili, questa impossibilità di non credere. Se qualcuno di voi si è chiesto ad esempio "perché proprio a me?" e si è risposto "tutte le cose accadono per una ragione", ha ragionato con la psicologia che utilizza tutti i giorni nei confronti dei suoi simili, ha attribuito intenzionalità.
Ma a qualcosa o a Qualcuno che, naturalisticamente parlando, non ne ha.


 

 

Vantaggi a credere nel soprannaturale


Ma c'è anche un vantaggio evoluzionistico a credere nel soprannaturale?
Da quando gli esseri umani hanno sviluppato il linguaggio e le società, sono stati riportati comportamenti egoisti come la violenza o l’inganno.
Incorrere in questi comportamenti di scarsa cooperazione sociale potrebbe attirare di meno se ci fosse un “Santa Claus effect” per cui gli individui credono di essere costantemente osservati da esseri invisibili.
Per raccogliere evidenze empiriche su questo, il vulcanico Bering ha realizzato un esperimento con alcuni studenti universitari.
 

Ha detto loro che sarebbero stati valutati su un nuovo test di intelligenza spaziale, ma che c’erano ancora alcuni piccoli inconvenienti nel programma, tali per cui la risposta corretta sarebbe apparsa accidentalmente sullo schermo. Essi avrebbero dovuto premere immediatamente la barra spaziatrice per cancellare la risposta dal video.
In realtà l’apparizione della risposta non era casuale e il tempo trascorso prima che premessero la space-bar era misurato. In questo modo si poteva valutare se lo studente imbrogliava oppure no.
I soggetti erano soli in una stanza durante il compito, ma ad un gruppo di essi fu raccontata, prima di iniziare, la storia che un loro collega, coinvolto nello studio, era morto improvvisamente e che circolavano alcune voci su recenti apparizioni del suo fantasma nella stanza dei test.
A un secondo gruppo di studenti fu detto che il test era dedicato alla memoria di uno studente morto. A un terzo gruppo non fu raccontata nessuna storia.
Come avrete già intuito, gli studenti che avevano ascoltato la storia del fantasma schiacciavano la barra spaziatrice in maniera significativamente più rapida degli altri due gruppi, resistendo all’opportunità di imbrogliare.


Dio è un'idea naturale e un'idea utile. Probabilmente per questo resiste ai secoli, a tutte le latitudini e in tutte le culture.

In aggiunta a questo, le religioni amplificano enormemente l'attrattività psicologica delle divinità perché sanno costruire il tutto in modo da toccare le corde giuste della mente umana, facendo diventare le divinità come la risposta ai desideri ed alle problematiche mentali dell'uomo medio.

Il successo, insomma, è assicurato: le religioni nascono e prosperano come una risposta efficace alle esigenze della mente umana, la quale è tutt'altro che logica e razionale, infatti una mente di tale genere è un modello di perfezione creato sulla base di prototipi astratti della logica umana.

 

 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico

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