Critica della ragione cospirazionista

Tratto da qui: http://undicisettembre.blogspot.com/2008/03/critica-della-ragione-cospirazionista.html
Al di là del ragionevole dubbio
Chiunque abbia studiato anche un poco di filosofia della scienza sa che c’è una
cosa che bisogna riconoscere anche al cospirazionista più sfegatato e
fantasioso, una cosa riguardo la quale non si può dire che abbia torto: niente è
mai provato in maniera definitiva, e di tutto è possibile dubitare, anche di
quello che oggi ci appare più certo ed evidente.
Potrebbe sembrare, quindi, che
il cospirazionista, nel mettere continuamente in dubbio i risultati delle
“indagini ufficiali” su qualsivoglia argomento, non faccia altro che tradurre
nella propria pratica di vita e di ricerca quello che è uno dei risultati
maggiormente acquisiti dell’epistemologia dell’ultimo secolo, ovvero la lezione
dello scetticismo, e la natura sfuggente e inattingibile della verità ultima.
Detto questo, però, occorre precisare meglio la portata e i limiti delle
precedenti affermazioni. Innanzitutto potrebbe essere utile una distinzione fra
certezza epistemica e certezza morale: infatti è vero che non abbiamo certezze
epistemiche, ma abbiamo alcune certezze morali. La distinzione, in parole
povere, è fra quando mi diverto a mettere in dubbio qualcosa solo per un puro
passatempo intellettuale e quella mancanza di certezza che rende davvero
difficoltoso passare all’azione.
Per esempio: niente potrà mai darmi la certezza assoluta che il fungo che sto
per mangiare non è velenoso, neppure le analisi chimiche più approfondite.
Eppure tutti noi mettiamo periodicamente a repentaglio le nostre stesse vite
mettendoci a mangiare funghi quando ne abbiamo voglia, il che significa avere la
certezza morale che quel fungo è mangereccio.
Solo un filosofo potrebbe dubitare
della realtà del mondo esterno, o delle altre menti, solo una persona
incredibilmente tenace potrebbe continuare a credere, oggi, che il Sole giri
intorno alla Terra, solo un pazzo può pensare che due più due non faccia
effettivamente quattro, e solo un cospirazionista può credere che lo sbarco
sulla Luna fosse una messinscena cinematografica.
Siamo quindi già in grado di indicare un primo difetto del modo di pensare
cospirazionista, ovvero la mancata distinzione tra la mancanza di certezza
morale e la mancanza di certezza epistemica, quella distinzione che è anche
adombrata nel principio giuridico della presunzione d’innocenza, nella formula
“ognuno è innocente finché non sia provata la sua colpevolezza al di là di ogni
ragionevole dubbio”. Non ogni dubbio possibile e immaginabile: ogni dubbio
ragionevole.
L'eterno insoddisfatto
Il cospirazionista si distingue dunque per non essere mai soddisfatto da nessuna
prova gli si presenti e per trovare appigli sempre più improbabili per sostenere
che le cose potrebbero essere andate diversamente da come pensa il volgo. Certo,
ci sono decine di testimoni che affermano di aver visto un aereo andare addosso
al Pentagono, ma chi ha controllato che i testimoni non fossero tutti miopi e
quel giorno non avessero lasciato gli occhiali a casa?
I debunker sono spesso
meravigliati dalla capacità del cospirazionista di arrampicarsi sugli specchi e
di rifiutare come conclusiva ogni evidenza gli portino, ma la cosa cessa di
essere così strana una volta compreso che il cospirazionista non può
accontentarsi di una semplice certezza morale: quello che vuole è la certezza
epistemica, e questa purtroppo non è qualcosa cui un essere umano possa
aspirare.
Un’altra precisazione da fare è questa: è vero che possiamo dubitare di
qualsiasi cosa, ma questo significa che possiamo dubitare di tutto? Le due cose
non sono, come sembra, equivalenti. Come disse Abramo Lincoln, possiamo
ingannare tutti una volta sola, oppure ingannare uno solo ogni volta, ma non
possiamo ingannare tutti ogni volta. Parafrasando, ogni nostra singola credenza
potrebbe un giorno rivelarsi falsa, ma possono tutte le nostre credenze essere
false?
In realtà, sembra di no, perché in questo caso perderebbe completamente di senso
la stessa distinzione tra il vero e il falso, e i nostri giudizi perderebbero il
loro contenuto. Una bugia, infatti, può esistere ed essere compresa solo in un
largo sfondo di verità condivise.
Immaginate di andare in un paese straniero e di doverne imparare la lingua.
Immaginate anche di non potervi assolutamente fidare degli aborigeni, che sono
dei noti bugiardi: qualunque cosa vi dicano o sentiate dalla loro bocca è
sicuramente una menzogna. Riuscireste in queste condizioni ad assegnare un
contenuto ai loro enunciati?
In realtà, non potreste neanche assicurarvi che gli
aborigeni stiano effettivamente dicendo qualcosa, tanto incomprensibile ed
enigmatico apparirebbe il loro comportamento linguistico: per poter interpretare
le parole e i pensieri delle altre persone occorre quindi applicare quelli che i
filosofi chiamano “principio di carità” (la totale idiozia o la mendacia
dell’interlocutore sono meno probabili di un mio errore di traduzione).
L’esistenza del linguaggio, e del pensiero che ne viene espresso, presuppone
dunque che quel che pensiamo ed esprimiamo sia in larga parte vero.
Ora, non credo che ci siano molte persone di buon senso disposte a giurare sul
fatto che la versione ufficiale fornita dalle autorità americane riguardo ai
fatti dell’11 settembre sia esatta in ogni suo dettaglio. In qualche caso
potrebbero esserci degli errori, in altri casi delle omissioni, in altri casi
ancora delle vere e proprie menzogne. Non ci sarebbe neanche molto da stupirsi:
in fondo il lavoro dei servizi segreti consiste proprio nel mantenere segreto
ciò che non deve essere rivelato per motivi di sicurezza di Stato (e
ricordiamoci che è il Pentagono ad essere stato colpito).
Ma il cospirazionista va molto oltre queste ovvietà: egli è convinto che tutti
mentano, sempre, su tutto. Uno degli argomenti dei cospirazionisti, per esempio,
è che i dirottatori non avrebbero mai potuto avere le capacità tecniche di
pilotare degli aerei di linea e condurli fino all’obiettivo colpito: a chi gli
fa notare che in realtà avevano seguito dei corsi e conseguito dei certificati
che affermano l’esatto contrario, replicano candidamente che tali certificati
sono stati falsificati (un’ipotesi di complotto che ne sostiene un’altra).
È
anche inutile dire a un cospirazionista che ci sono dei testimoni che hanno
visto l’aereo dirigersi sul Pentagono, o che è stato analizzato il DNA dei resti
dei passeggeri: semplicemente, non può esserci un’affermazione in grado di
confermare o confutare un’altra affermazione, perché tutte le affermazioni sono
ugualmente false o non attendibili. In questo modo il cospirazionista si
garantisce in un certo senso contro l’accusa di incoerenza (non si può dire che
abbia delle credenze fra loro in conflitto) ma al caro prezzo di non sapere più,
in modo chiaro, che cosa egli creda o di cosa effettivamente dubiti.
Nessuna alternativa coerente
A conferma di quanto detto, se si analizzano i discorsi dei cospirazionisti si
può notare come essi non abbiano in realtà una ipotesi alternativa a quella
ufficiale che tenti almeno di rendere conto della totalità delle osservazioni
riguardanti quel fatidico 11 settembre: tutto quel che dicono, ripetutamente, è
di contrastare quella che chiamano la “Versione Ufficiale” degli avvenimenti (da
loro abbreviata in VU).
Ma che cos’è la versione ufficiale? Non è una singola proposizione, o una teoria
le cui parti sono sistematicamente connesse, in modo che se ne salta una si
porta dietro tutto il resto: è una molteplicità di affermazioni e di ipotesi
spesso anche slegate fra di loro. Alcune di queste affermazioni ed ipotesi
potrebbero benissimo rivelarsi false senza che ciò intacchi in maniera
sostanziale il succo del discorso.
Il cospirazionista ha invece una visione olistica estrema, in cui ogni
particolare inesatto concorre a confermare la sua teoria secondo cui tutto è
falso.
Facciamo un esempio testuale concreto: in questo acceso dialogo sull’attentato
al Pentagono, che ho tratto dal sito "911 subito", il debunker Paolo Attivissimo
ha appena detto a un certo Jack, che difende le tesi cospirazioniste, che
probabilmente l’aereo quando ha impattato contro il Pentagono non volava
perfettamente radente al suolo, ma con una leggera pendenza.
- Jack: «Questo è il top. Hai toccato il fondo. Stai stravolgendo completamente
la versione ufficiale che vorresti difendere, paradossalmente rendendola più
logica e verosimile di quanto non sia. [...]
Ormai lo sanno anche i sassi. Uno dei punti più discussi dell'intera faccenda è
proprio che secondo la versione ufficiale, e ti sfido a negarlo stavolta,
l'aereo ha si è avvicinato al Pentagono in linea perfettamente retta, senza la
benchè minima pendenza. IN LINEA PERFETTAMENTE RETTA».
- Attivissimo: «Ehm... chi ti ha detto che io voglio difendere a tutti i costi
la versione ufficiale?»
- Jack: «Questo è un giochetto che fai spesso. Ogni tanto salti su a dire: “Ma
io non difendo la versione ufficiale al millimetro”, in modo da poterti salvare
in extremis quando si dimostra senza possibilità di errore che alcuni aspetti
della versione ufficiale sono assolutamente impossibili. [...]. Difendi la
posizione che vuoi. A me basta provare che quello che dice il governo USA a
proposito dell'attentato è falso. Di provare che quello che dice attivissimo è
falso non mi frega nulla, a meno che attivissimo non voglia difendere alcuni
aspetti della versione ufficiale. In quel caso smentendo attivissimo smentisco
anche la versione ufficiale. Capisci? Non sei il fine, sei il mezzo».
Lo scambio è significativo perché Attivissimo sta dicendo che un aereo è andato
a sbattere contro il Pentagono, che in fondo è la stessa cosa che dice il
governo americano; quel che è disposto a discutere sono le modalità con cui ciò
potrebbe essere avvenuto, ma a quanto pare non è questo ad interessare Jack: non
è minimamente interessato a verificare o confutare una singola affermazione di
natura empirica.
Quello che dice di volere è “provare che quello che dice il
governo USA a proposito dell'attentato è falso”, qualunque cosa significhi e
senza spiegare cosa questo esattamente comporti. È in effetti impossibile
confutare simili ragionamenti, per il semplice motivo che non affermano e non
negano nulla, sono assolutamente privi di contenuto. Si dice che qualcosa è
falso, anzi, tutto lo è, ma si evita accuratamente di specificare il “cosa”.
Non si tratta di malafede: è che il mondo del cospirazionista è davvero un
incubo in cui non vi è nessun punto fermo, nulla di saldo a cui aggrapparsi, la
cui stessa realtà ontologica è messa continuamente in discussione (non a caso
molti cospirazionisti sono cultori del film Matrix). In queste condizioni, è
quasi sgarbato chiedergli di mantenere fermo il punto di una qualsiasi
questione, o cosa vogliano dimostrare esattamente.
Altro esempio: è una tesi cospirazionista che le Torri Gemelle non sono crollate
a causa dell’impatto con gli aerei, ma sono state fatte crollare nell’ambito di
una demolizione controllata. Forse è così (per amor di discussione)... ma come
esattamente? Beh, in uno dei cento modi diversi ipotizzati dai cospirazionisti
(con esplosivi convenzionali, con l’utilizzo di un materiale chiamato termite in
grado di sciogliere l’acciaio, con mini-esplosivi nucleari, con raggi
provenienti dallo spazio...). Si presentano indizi che potrebbero andare in
direzione di una o dell’altra ipotesi (trascurando, però, ogni evidenza
contraria): la presenza, peraltro non dimostrata, di pozze di metallo fuso alla
base delle macerie potrebbe essere un segno dell’uso della termite, mentre gli
sbuffi di fumo che fuoriescono dalle torri nei piani sottostanti quelli che
stanno crollando rivelerebbero la presenza di detonazioni.
Il problema è che tutte queste teorie sono in conflitto tra loro, quindi gli
indizi a favore di una teoria confuterebbero non solo la VU, ma anche l’altra
teoria concorrente. Ma il cospirazionista non si preoccupa di fortificare o
rendere coerente la sua ipotesi spiegando l’evidenza contraria, perché in realtà
non ha nessuna vera ipotesi. Egli accetta e usa tutti gli indizi, perché nella
sua visione valgono ciascuno come prova contro la VU, e questo gli basta. Se
abbiamo cento teorie in conflitto tra loro, ma che contrastano la VU, e se
ognuna di queste teorie è supportata da una singola osservazione, allora abbiamo
ben cento osservazioni diverse che smentiscono la VU. Si potrebbe dire che le
ipotesi di complotto sono come il maiale: non si butta via niente.
Principio di carità e rasoio di Occam
Ciò che si è detto prima a proposito del principio di carità, secondo cui non è
possibile che tutto quanto crediamo sia falso ma dobbiamo necessariamente
nutrire un vasto corpus di credenze vere (condizione stessa per poter credere
qualcosa), ha un importantissimo corollario per quanto riguarda la ricerca
scientifica, che è anche noto col nome di “rasoio di Occam”.
Il principio di
carità, cioè, può servire a dare un significato operativo più preciso alla
massima secondo la quale, di due spiegazioni concorrenti del medesimo fenomeno,
bisogna scegliere quella più semplice: quando dobbiamo spiegare qualcosa che non
si adatta al resto delle nostre credenze, la strada migliore da seguire è fare
gli aggiustamenti minimi che si rendono necessari, piuttosto che rivoluzionare
l’intero nostro sistema concettuale (le rivoluzioni concettuali, o cambiamenti
di paradigma, sono talvolta necessari, ma solo quando gli aggiustamenti che
dobbiamo fare cominciano ad essere in numero talmente imbarazzante da non essere
poi così economici).
Esempio: dopo che due aerei sono andati a sbattere a New York contro le Torri
Gemelle, un terzo aereo a Washington fa perdere le proprie tracce. Viene visto
da decine di testimoni sbattere contro una delle facciate del Pentagono. Vengono
trovati rottami di aereo sul prato antistante. In seguito viene raccolta la
scatola nera, mentre su ciò che rimane dei passeggeri vengono fatte le analisi
del DNA per permettere l’identificazione.
Tutto insomma concorre verso un’unica spiegazione dei fatti, ma ci sarebbe un
problema: quella breccia sul Pentagono è strana, sembrerebbe troppo piccola per
essere causata da un aereo di quelle dimensioni. Una persona di buon senso,
messa di fronte a questo dilemma, penserebbe: “Uhmm, interessante; cerchiamo di
capire com’è possibile che un aereo così grande possa lasciare un buco in
apparenza così piccolo, ammesso che lo sia”.
Ecco invece come pensa il cospirazionista: “Stupefacente! Occorre capire quale
oggetto abbia colpito il Pentagono, per quale motivo i testimoni mentano e chi
li abbia costretti a farlo, chi abbia sparpagliato finti rottami di aereo sul
prato, dove sia finito l’aereo scomparso e in che modo siano stati eliminati i
suoi passeggeri, e inoltre chi abbia falsificato i dati della scatola nera e le
analisi del DNA”. Il cospirazionista non è in grado di applicare il rasoio di
Occam, perché non ha un corpus di credenze che ritiene più centrali e più
affidabili di altre, ma per lui tutto è egualmente sacrificabile. Non solo
sospetta di tutto, ma non crede a niente, in maniera letterale, nel senso che
non ha credenze di sorta.
Ma si potrebbe anche dire, senza reale contraddizione, che invece crede a
qualsiasi cosa. Proprio la totale indifferenza nei confronti della verità lo
rende al tempo stesso sia profondamente scettico (nei confronti di ciò che
spesso è più che ragionevole) sia incredibilmente ingenuo (nei confronti delle
più strampalate affermazioni). È solo in questo modo che possono trovare
giustificazione sillogismi apparentemente assurdi quali «C’è qualcosa che non mi
convince nella ricostruzione ufficiale, penso mi stiano mentendo e non mi fido
di nessuno, quindi ho deciso di credere ciecamente nelle teorie del sedicente
professor X, che afferma che gli aerei erano telecomandati, e di considerarle
come verbo. Chiunque tenti di dimostrare l’inesattezza delle supposizioni del
professor X è sicuramente al soldo della CIA».
Nel caso in cui qualche circostanza davvero dirompente riesca a far cambiare
idea al cospirazionista, egli allora afferma: «Non importa se la teoria del
professor X è sbagliata. Io so che il governo mente, quindi se gli aerei non
erano telecomandati vuol dire che in realtà erano degli ologrammi, come afferma
l’ingegner Y, che gode della mia totale fiducia».
Il cospirazionista nemico di se stesso
Si capisce quindi come il peggior nemico per la credibilità del cospirazionista
è spesso il cospirazionista stesso: egli infatti non si accontenta quasi mai di
un’ipotesi di complotto, ma immemore della frase di Lincoln posta in epigrafe a
questo articolo, desidera strafare e vede complotti ovunque.
Così, se anche per caso avesse qualcosa da dire a proposito dell’omicidio di
Kennedy, non viene ascoltato, perché al tempo stesso afferma che l’Area 51
pullula di alieni. Fra i più noti sostenitori delle “verità alternative”
riguardo l’11 settembre, vi è ad esempio David Icke, il quale si dice anche
convinto dell’esistenza di una specie aliena di rettili (in grado di nascondersi
fra gli umani) che manovra i destini dell’umanità.
Per restare nel nostro paese, il sito che è il principale punto di riferimento
per i cospirazionisti italiani (Luogocomune.net, gestito da Massimo Mazzucco)
fra le varie cose ospita discussioni sullo sbarco sulla Luna come messinscena
cinematografica, sulla cospirazione che ha portato all’uccisione di Kennedy,
sulle scie chimiche (ultima moda del cospirazionismo), sugli UFO, sul ruolo
della massoneria e delle sette segrete nella storia degli Stati Uniti (e
l’instaurazione del “Nuovo Ordine Mondiale”), e sul creazionismo come valida
alternativa alla selezione naturale darwiniana. Cosa ancora più deprecabile, fra
i cospirazionisti si annidano a volte anche sostenitori di teorie meno “innocue”
dal punto di vista ideologico e politico, come il negazionismo e
l’antisemitismo.
Se il cospirazionista non è interessato alla verità, a cosa è interessato?
Probabilmente alla “sincerità” che è tutt’altra cosa, essendo un attributo delle
persone e non delle affermazioni. Il che significa che ciò che interessa nel
dire una cosa è soprattutto fornire una rappresentazione di se stessi come
aderenti alla “giusta causa” e come persone di un certo tipo.
L’accettazione di
una frase come “La neve è bianca”, non dipende quindi dalla sua verità (dalla
bianchezza della neve) ma dalle implicazioni di tale accettazione sul mio modo
di concepire me stesso e sul modo in cui voglio apparire al resto del mondo. Il
che è un altro modo, in fondo, per dire che l’ideologia ha il sopravvento su
qualsiasi considerazione di natura critica e razionale. Ma è anche un modo
elegante per dire che i cospirazionisti raccontano “stronzate”, nel senso messo
magistralmente in luce dal filosofo americano Harry Frankfurt nel suo celebre
saggio On Bullshit, di cui riportiamo alcuni passaggi:
[...] dire bugie non inficia la capacità di dire la verità quanto invece il
raccontare stronzate. A causa di un eccessivo indulgere a quest’ultima attività,
che implica il fare asserzioni senza prestare attenzione ad alcunché, tranne che
a ciò che fa comodo al proprio discorso, la normale abitudini di badare a come
stanno le cose può attenuarsi o perdersi. Uno che mente e uno che dice la verità
giocano in campi opposti, per così dire, ma allo stesso gioco. [...]. Chi
racconta stronzate ignora completamente tali esigenze, Non rifiuta l’autorità
della verità, come fa il bugiardo, e non si oppone ad essa. Non le presta
attenzione alcuna. A causa di ciò, le stronzate sono un nemico più pericoloso
delle menzogne.
È chiaro che:
Le stronzate sono inevitabili ogni volta che le circostanze obbligano qualcuno a
parlare senza sapere di cosa sta parlando. Pertanto la produzione di stronzate è
stimolata ogniqualvolta gli obblighi o le opportunità di parlare di un certo
argomento eccedono le conoscenze che il parlante ha dei fatti rilevanti attorno
a quell’argomento. Questa discrepanza è comune nella vita pubblica, in cui le
persone sono spesso spinte – vuoi dalle proprie inclinazioni, vuoi dalle
richieste altrui – a parlare in lungo e in largo di materie delle quali sono, in
grado maggiore o minore, ignoranti.
Ma soprattutto:
La contemporanea proliferazione delle stronzate ha origini anche più profonde in
svariate forme di scetticismo, secondo le quali noi non abbiamo alcun accesso
affidabile a una realtà oggettiva, e pertanto non possiamo conoscere la vera
realtà delle cose. […] Le conseguenze di questa perdita di fiducia sono state
l’abbandono dalla disciplina richiesta dalla fedeltà all’ideale dell’esattezza e
l’adozione di una disciplina di genere del tutto diverso, imposta dal
perseguimento dell’ideale alternativo della sincerità. […] È come se [una
persona] decidesse che dato che non ha senso cercare di essere fedeli ai fatti,
allora dovrà invece tentare di essere fedele a se stesso.
Credo ideologico
L’ideale della fedeltà a se stessi, e al proprio credo ideologico, sono a mio avviso il principale motore della cultura cospirazionista. Può una persona con certi ideali e con una certa immagine di sé presentarsi al mondo come un ingenuo che crede a quello che vede scritto nei giornali, che segue ciecamente il gregge nelle sue opinioni, e che si fa mansuetamente manipolare la coscienza dai giornalisti asserviti al potere? Certamente no, anche al costo di dire qualche “stronzata”, o persino al costo di non dire altro.
Mai dare un’arma in mano al nemico: mai sospettare anche solo per un attimo che il governo americano, che è all’origine di tutti mali del mondo, possa essere stato la vittima di un attentato terroristico di matrice islamica, perché ciò significherebbe schierarsi dalla parte di una grande potenza militare imperialistica, e contro i deboli e i derelitti del Sud del mondo.
Mai credere a una fonte di informazione
“ufficiale”, se non si è soddisfatti dello status quo, perché tale fonte non può
che essere un riflesso e una propaganda in favore di chi quello status vuole
mantenere, ma sempre schierarsi con chi fa “contro-informazione”, a prescindere
da quel che dice. L’importante, infatti, non è quel che dice, ma quale causa
serve, e come ci si sente a difendere questa causa.
I discorsi cospirazionisti contengono innumerevoli esempi di “aria fritta”
(altro modo in cui è possibile tradurre il colorito termine inglese), e c’è solo
l’imbarazzo della scelta: a chi obietta che non ha molto senso far sparire un
aereo di linea per poi non utilizzarlo come arma e sostituirlo di nascosto con
un missile contro il Pentagono (soprattutto in considerazione che già sono stati
usati due aerei contro le Torri), il cospirazionista può replicare che non è
tenuto a rispondere a queste domande, e che casomai è l’organizzatore del
complotto che è tenuto a spiegare come e perché ha agito in quel modo.
A chi fa
precise obiezioni di natura tecnica, si può rispondere con considerazioni
intorno al “quadro generale” della situazione geopolitica d’inizio ventunesimo
secolo (in altre parole “Bush è cattivo e tutto quel che puoi dire non può
smuovere le mie convinzioni”). Oppure, dopo l’ennesima smentita, si può uscire
con una frase come “ma noi non proponiamo teorie alternative, ci limitiamo a
porre questioni sui punti oscuri riguardanti l’11 settembre”, salvo smentirsi
immediatamente dopo con un nuovo volo pindarico di fantasia e nuove pesantissime
accuse nei confronti di ogni persona che lavora per il governo Usa.
Ancora, dopo aver presentato “una prova incontrovertibile di complotto” che
viene poi ridimensionata, il cospirazionista può dire “va bene, ma non era
quella la prova incontrovertibile di cui parlavo, in realtà era quest’altra”, e
così via finché non si ritorna nuovamente alla strategia del “quadro generale”
(cfr. la diatriba “seven/salamino” su Luogocomune).
La testa nella sabbia
In conclusione, quindi, è giusto sottolineare come il cospirazionismo non abbia
nulla a che vedere con l’atteggiamento del sano scetticismo scientifico, di cui
si parlava all’inizio di questo intervento, il quale è in fondo l’ispiratore
delle grandi innovazioni teoriche e delle conquiste tecnologiche dell’umanità.
Lo scetticismo scientifico infatti è concepito dalle menti critiche non come una
negazione della verità tout court, ma anzi come uno strumento che serve a
evitare di credere, troppo facilmente, in cose che potrebbero rivelarsi false, e
quindi come uno strumento che serve all’allargamento della nostra conoscenza.
Il tipo di scetticismo adottato dai cospirazionisti assomiglia più a un mettere
la testa sotto la sabbia, serve a evitare di credere e basta. Non in vista,
cioè, di una teoria migliore che potrebbe essere più serenamente accettata da
tutti (sia dai cospirazionisti che dalla comunità scientifica). Il
cospirazionista è infatti condannato a restare in minoranza perché questa è la
missione che si è scelto.
Se una teoria cospirazionista diventasse mainstream, il cospirazionista molto probabilmente smetterebbe di sostenerla, e anzi, troverebbe alquanto sospetta la circostanza (“Che sta succedendo? Qui gatta ci cova. Se mi hanno dato ragione, è perché evidentemente vogliono darmi uno zuccherino, in quanto sperano di distogliere la mia attenzione da quelle sono le loro reali malefatte. Ma io sono più furbo di loro, non credano di fregarmi”). Non è la verità che conta, conta solo la propria persona e il proprio sentire. Il mondo esterno si è dissolto, da tempo, in una cartesiana macchinazione contro l’essere umano, e l’essere umano si difende, cartesianamente, ripiegandosi su se stesso in un atto di onanismo mentale perpetuo.