Gli
incredibili crimini di guerra giapponesi

Premessa: per
tutelare i più sensibili, è stato scelto di non mettere materiale fotografico
impressionante che documenta i crimini descritti.
Esiste una parte importante della storia recente che si è tentato di far sparire
dalla memoria e dai libri, per tutelare fin da subito l'immagine dei preziosi
alleati giapponesi, ed in particolare ci riferiamo ai loro incredibili crimini
di guerra risalenti al periodo della seconda guerra mondiale, che riuscirono
perfino a superare quelli dei nazisti.
I giapponesi,
sopratutto i soldati, all'epoca avevano una cultura enormemente diversa dagli
altri popoli, si consideravano esseri superiori e consideravano gli altri popoli
come esseri inferiori a cui si poteva fare qualsiasi cosa restando impuniti, per
non parlare della visione dei prigionieri che per loro erano considerati peggio
degli insetti perché li consideravano come persone che avevano rinunciato a
lottare e quindi meritavano solo sofferenze e morte. Per i giapponesi la vita e
le sofferenze di popoli vinti e di prigionieri non avevano alcun valore.
Proprio per la
considerazione di essere superiori agli altri, i giapponesi spesso non
rispettavano i diritti e le convenzioni di altri popoli, attuando attacchi
militari che violavano per l'appunto le convenzioni militari ed umanitarie: per
loro si poteva impunemente fare di tutto e gli altri non avevano alcun diritto.
L'accanimento e la
ferocia contro i prigionieri ed civili dei Paesi occupati non ha uguali, e non
ha neanche una motivazione valida.
Il soldato giapponese
inoltre era una macchina assassina inarrestabile, disposta a sacrificare se
stesso pur di combattere il nemico, ed anche la popolazione civile aveva ideali
simili. Tra l'altro, l'arrendersi era considerato qualcosa di impensabile, si
combatteva fin quando ce ne era la minima possibilità, anche quando si era
praticamente certi della sconfitta. I tedeschi se accerchiati si arrendevano, i
giapponesi invece continuavano a combattere fino a quando non venivano tutti
ammazzati.
Gli stessi civili
giapponesi piuttosto che arrendersi o comunque cadere in mano nemica preferivano
uccidersi. Infine, l'imperatore
era considerato discendente di una divinità e questo motivava molto le persone a
battersi e fare sacrifici incredibili per le guerre da lui volute.
Dato tutto questo, i
giapponesi erano un popolo estremamente temibile, atto a compiere atrocità
inaudite con una leggerezza impressionante, ed inoltre erano praticamente
invincibile perché non era contemplata l'opzione della resa.
Non stupisce che gli
USA dovettero ricorrere all'eccezionalità della bomba atomica per avere la resa
del Giappone che, nonostante innumerevoli sconfitte e danni gravissimi, non
mostrava segno di volersi arrendere, senza contare che l'invasione e
l'occupazione violenta della nazione avrebbe portato ad un numero di morti molto
più elevato delle bombe atomiche.
Grazie alla mentalità
giapponese di quel tempo, furono compiuti i crimini di massa più orribili della
storia, ma solo pochissimi hanno pagato per tutto questo, il Giappone non ha mai
chiesto scusa ed il mondo ha preferito dimenticare il tutto per difendere
l'immagine del Giappone. È stato invece dato molto risalto ai crimini dei
nazisti, perché tanto la Germania nazista non esisteva più e quindi si poteva
procedere senza problemi politici e di immagine.
Quello che segue è
testimonianza dei principali crimini di guerra giapponesi, ed è molto indicativo
su come la pensavano: si rimarrà sbalorditi e ci si chiederà come sia possibile
che nella storia recente degli esseri umani civilizzati possano aver fatto tutto
ciò.
Gran parte degli
orrori ruota intorno ai prigionieri di guerra ed ai civili sotto occupazione
giapponese, tra l'altro i giapponesi uccisero ben 30 milioni
di filippini, malesi, vietnamiti, cambogiani, indonesiani e birmani, ed almeno 23
milioni di loro erano di etnia cinese.
La strategia
giapponese era quella della terra bruciata: "Kill All, Burn All, and Loot All",
ossia uccidere tutti, bruciare tutto, depredare tutto.
Inoltre, il Giappone
non aderiva alle convenzioni internazionale per il rispetto dei diritti del
prigioniero, ed infatti se ne approfittavano torturandoli ed ammazzandoli a
piacimento, nè si aderiva a convenzioni internazionali che ad esempio limitavano
l'uso di armi chimiche, ed anche qui i giapponesi se ne approfittarono
impiegando gas tossici in guerra anche su civili.

Lo stupro di Nanchino
Premessa: tratto in parte da
qui, qui
e da wikipedia
Quando il 13 dicembre
1937, nell’ambito del conflitto cino-giapponese, l’esercito nipponico occupò
l’allora capitale cinese Nanchino, dopo aver già massacrato civili inermi
durante la marcia di avvicinamento alla città da Shangai, le stragi e gli stupri
furono all’ordine del giorno.
Mentre i militari
cinesi scappavano la popolazione civile cadde in balia di un esercito intriso di
presunzione di superiorità nei confronti dei cinesi giudicati una razza
inferiore. Ad eccezione di una “Zona di protezione internazionale”, gestita da
europei e americani, alla cui realizzazione contribuì notevolmente John Rabe,
uomo d’affari tedesco e rappresentante a Nanchino del partito nazista, nessun
luogo della città fu immune dalle stragi.
Le vittime furono da
260.000 a 350.000, fino a 500.000 secondo fonti del Governo federale USA
recentemente rese pubbliche se si comprendono anche i morti nei dintorni della
città. Le crudeltà perpetrate furono inaudite. Solo gli stupri furono tra i
20.000 e gli 80.000.
E a subirli furono
anche bambine e anziane. Numerose donne vennero rapite anche dalla zona di
protezione internazionale e violentate. Tantissimi coloro che furono sbranati
dai cani, bruciati insieme alle proprie case, seviziati fino alla morte, sepolti
vivi.
Gli ufficiali
giapponesi inscenavano addirittura delle gare su chi era più bravo a mozzare le
teste con un sol colpo di spada e i giornali in patria riportavano notizie e
fotografie. Alcuni soldati inviavano alle proprie fidanzate fotografie delle
stragi, altri conservano teste mozzate come trofei.
Molti cinesi vennero
usati per addestrare allenamento all’attacco delle baionette, altri furono
evirati e i loro peni venduti tra i soldati perché ritenuti cibo afrodisiaco. Si
registrarono anche casi di cannibalismo. Nel diario di un soldato giapponese si
legge: “quando ci annoiavamo, passavamo il tempo ammazzando dei cinesi.
Li seppellivamo vivi,
o li buttavamo nel fuoco, o li picchiavamo a morte con le mazze, o li uccidevamo
in altri modi crudeli”.
I massacri e gli stupri continuarono per 6 settimane.
I
cadaveri vennero seppelliti in fosse comuni o gettati nel fiume
Yangtze. Molti vennero bruciati. Alla fine i cani randagi
banchettavano tra i resti dei soldati e dei civili cinesi.
Le testimonianze del tempo e i resoconti degli stranieri
(come i diari di John Rabe e Minnie Vautrin) concordano tutti
sull’efferatezza dei crimini commessi.
Anche i corrispondenti dei giornali europei e i diari da
campo dei membri del personale militare ci offrono un quadro
apocalittico.
Un missionario americano, John Magee, riuscì addirittura a
girare un filmato in 16 mm e a scattare alcune fotografie dei
massacri.
Gli stupri furono un elemento centrale delle violenze. Ogni
notte se ne contavano più di mille mentre di giorno avvenivano
in pubblico, spessissimo di fronte agli stessi mariti e
familiari costretti a guardare.
I soldati giapponesi cercavano
le donne penetrando in ogni casa e portando fuori le proprie
vittime per violentarle in gruppo. Dopo si procedeva a recidere
i seni o ad altre mutilazioni per poi trafiggerle con canne di
bambù o baionette.
Molte donne vennero avviate nei bordelli militari giapponesi.
Così ricordò quelle violenze un militare nipponico:
“Mentre
ne abusavamo, le donne venivano considerate esseri umani, ma
quando le uccidevamo non erano che maiali.
Non ce ne vergognavamo assolutamente, non ci sentivamo
minimamente in colpa: altrimenti non avremmo potuto farlo.
Quando entravamo in un villaggio la prima cosa che facevamo
era rubare il cibo, poi prendevamo le donne e le violentavamo,
infine uccidevamo tutti gli uomini, le donne e i bambini per
essere sicuri che non potessero fuggire e raccontare ai soldati
cinesi dove ci trovavamo”.
« È una storia orribile da raccontarsi; non so come iniziare né come finire. Non
avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne
siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di
resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o
una pallottola. »
(James McCallum, in una lettera alla famiglia, 19 dicembre 1937)
All’interno della “zona di sicurezza” una missionaria e
insegnante americana, Minnie Vautrin (1886-1941), riuscì a
salvare, tra il dicembre 1937 e la primavera del 1938, migliaia
di donne e bambini accogliendoli nel Ginling College, la prima
istituzione destinata all’istruzione femminile universitaria in
Cina.
Dalle pagine del suo
diario appaiono in tutta la loro tragicità le vicende della popolazione inerme,
ma anche la solidarietà degli stranieri che instancabilmente si prodigavano per
salvare più vite possibili.
Così Minnie Vautrin:
“Mercoledì, 15 dicembre. Sono rimasta al cancello
ininterrottamente dalle 8,30 di questa mattina fino alle 6 di questa sera,
tranne che per il pranzo, mentre le rifugiate entravano a fiumi. I volti di
molte donne esprimono terrore – la scorsa notte in città è stata tremenda e
molte giovani donne sono state portate via dalle loro case da soldati
giapponesi. (…) Ieri e oggi i giapponesi hanno fatto grandi saccheggi, hanno
distrutto scuole, ucciso uomini e stuprato donne. (…) Giovedì, 16 dicembre. (…)
Probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso oggi in questa città.
La scorsa notte trenta ragazze sono state rapite dalla scuola di lingue e oggi
ho sentito storie strazianti di ragazze portate via dalle loro case la notte
scorsa: una aveva appena dodici anni. (…) Questa sera è passato un camion con 8
o 10 ragazze gridavano Giu ming, Giu ming – salvateci la vita”.
Continua la Vautrin:
“Venerdì, 17 dicembre. (…) Una fiumana di donne esauste e con lo sguardo
stralunato stava arrivando. Hanno detto di aver passato una notte orrenda e che
le loro case sono state visitate più e più volte dai soldati. (Bambine di dodici
anni e donne di sessanta stuprate. Centinaia di donne costrette a lasciare le
loro camere e una donna incinta minacciata con la baionetta. Se soltanto i
giapponesi di buon senso conoscessero i fatti di questi giorni di orrore).
Vorrei che ci fosse
una persona qui che avesse il tempo di scrivere una triste storia per ogni
persona – soprattutto quella delle bambine più giovani a cui è stato annerito il
viso e a cui sono stati tagliati i capelli. (…) Pomeriggio passato al cancello –
non è un compito facile controllare chi va e chi viene, evitare che entrino
padri e fratelli, o che entrino altre persone con cibo e altro. Ci sono più di
4.000 donne nel campus (…). Domenica, 19 dicembre. Questa mattina di nuovo
donne e bambine dallo sguardo stralunato si sono riversate dal cancello – era
stata una notte di orrore. Molte si sono inginocchiate e ci hanno implorato che
le lasciassimo entrare – le abbiamo fatte entrare, ma non sappiamo dove
dormiranno questa notte. (…)
Ho passato il resto
della mattinata ad andare da una parte all’altra dell’Università, cercando di
far uscire i soldati, un gruppo dopo l’altro. Credo di essere salita tre volte a
South Hill, poi al retro del campus e poi sono stata chiamata con urgenza alla
vecchia Faculty House dove mi hanno detto che due soldati erano saliti al piano
superiore. Là, dentro la stanza 538, ne ho trovato uno fermo davanti alla porta
e uno dentro che stava già stuprando una povera bambina. La mia lettera
dell’Ambasciata e la mia presenza li ha fatti scappare in fretta – nella mia
rabbia vorrei avere avuto la forza di colpirli per le loro vili azioni. (…)
Martedì, 21 dicembre.
I giorni sembrano
interminabili e ogni mattina mi chiedo come si potrà sopravvivere alla giornata,
dodici ore. (…) Mentre camminavo verso casa con il Signor Wang – non oserei
uscire da sola – si è avvicinato un uomo molto turbato e ci ha chiesto aiuto. La
moglie di ventisette anni era appena rientrata a casa dal Ginling e lì si era
ritrovata di fronte e tre soldati. Il marito era stato costretto ad andarsene
mentre lei era rimasta nelle mani di quei tre soldati. Questa sera dovremmo
avere dalle sei alle settemila (nove o diecimila?) rifugiate nel nostro campus.
Chi di noi ancora ce la fa a tirare avanti è sfinito – non sappiamo quanto a
lungo potremo sopportare una tale pressione. In questo momento grandi incendi
stanno illuminando il cielo a nordest, a est e a sudest. Ogni notte questi
incendi rischiarano il cielo e di giorno le nuvole di fumo ci rivelano che
saccheggi e distruzioni stanno ancora continuando. I frutti della guerra sono
morte e desolazione.
Non abbiamo
assolutamente alcun contatto con il mondo esterno – non sappiamo nulla di ciò
che sta accadendo e non possiamo lanciare alcun messaggio”.
L’esercito
giapponese sottopose altri Paesi occupati a dure repressioni, usando la tortura
e lo stupro come mezzo di disprezzo e controllo delle popolazioni inermi.
Particolare efferatezza venne usata nelle Filippine. Questo il racconto di un
giovane camionista americano internato in un campo di prigionia nipponico dove
assistette alle violenze su una ragazza filippina: “Un sergente giapponese
andava in giro e colpiva gli uomini con il calcio del fucile. Era ubriaco e
voleva assicurarsi che tutti sapessero che era lui il capo. Infieriva sulle
donne. Trovò un pezzo di cavo e legò strette le gambe della ragazza, all’altezza
delle cosce. Lei urlava a squarciagola, e allora lui estrasse la baionetta e la
colpì proprio in mezzo ai seni, squarciandola davanti a tutti”.
Diversi stranieri residenti a
Nanchino hanno testimoniato su quanto accadeva in città:
« Il massacro di civili è terrificante. Potrei proseguire per intere pagine
raccontando casi di stupro e brutalità al limite del credibile. Due uomini
trafitti da colpi di baionetta sono i soli sopravvissuti di un gruppo di sette
spazzini che erano seduti nei loro uffici quando i giapponesi fecero irruzione
senza preavviso e senza motivo, uccidendone cinque e lasciando quei due, feriti,
a trascinarsi verso l'ospedale. »
(Robert Wilson , in una lettera alla famiglia, 15 dicembre)
« Non solo hanno ucciso ogni prigioniero che sono riusciti a trovare, ma anche
un gran numero di cittadini di tutte le età... Proprio l'altro ieri abbiamo
visto un povero infelice assassinato di fianco alla casa in cui viviamo. »
(John Magee, in una lettera alla moglie, 18 dicembre)
« (I soldati giapponesi) hanno trafitto a colpi di baionetta un ragazzino,
uccidendolo, e io questa mattina ho passato un'ora e mezza ricucendo un altro
bambino di otto anni che aveva cinque ferite da baionetta, una della quali aveva
raggiunto lo stomaco, che gli fuoriusciva dall'addome. »
(Robert Wilson, in una lettera alla famiglia, 18 dicembre)
I giapponesi non si limitarono solo ai massacri ma eseguirono sui
cadaveri una serie di orrende mutilazioni: stupri di massa, decapitazioni, corpi
sventrati, corpi in decomposizione ammassati per giorni sulle strade. E di tutto
ciò i soldati scattarono foto ricordo.
Ciò che colpisce e' la consapevolezza dell'impunita', in nessun caso ci sarebbe
stata una punizione.
È la prima volta che violenze di vario genere si trovano concentrate tutte
insieme, e in un lasso di tempo così breve.
Ci troviamo di fronte a una guerra asimmetrica, considerando la circostanza che
il Giappone non aveva aderito alla Convenzione di Ginevra del 1929. Ai caduti
cinesi non potevano dunque essere applicate le norme di diritto internazionale
che ne garantivano la protezione.
I cinesi erano
considerati alla stregua di ribelli da domare, di carne da macello da
distruggere. Lo
scopo ultimo del massacro non fu terrorizzare, piuttosto uccidere per
divertimento: la vittima considerata semplice oggetto da esibire con brutalità.
E le foto accompagnano la brutalità delle esecuzioni, sono foto-ricordo che
raccontano le violenze subite dai corpi.
Subito dopo la caduta della città le truppe giapponesi si misero a cercare con
determinazione gli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani uomini.
Molti di questi vennero condotti sulla riva dello Yangtze e falciati con
raffiche di mitragliatrice in modo che i loro corpi cadessero in acqua.
Radunarono anche 1.300 soldati e civili cinesi nei pressi della porta di Taiping
e li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine per poi bagnare i
loro corpi con della benzina a dar loro fuoco. I pochi ancora rimasti in vita
dopo questo trattamento furono finiti a colpi di baionetta, mentre altre
persone furono picchiate fino alla morte. I giapponesi sottoposero inoltre ad
esecuzioni sommarie anche numerosi passanti che si trovavano per la strada,
generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da
civili.
Migliaia di persone furono portate via e uccise dopo essere state condotte in
una fossa, chiamata "il fosso dei diecimila cadaveri", una specie di trincea
lunga circa 300 metri e larga 5. In assenza di conti ufficiali, si stima che il
numero delle persone sepolte nella fossa possa essere andato da 4.000 a 20.000.
La maggior parte degli storici e degli studiosi tuttavia valuta tale numero
superiore alle 12.000 vittime.
Donne e bambini non furono risparmiati dagli orrori del massacro. Spesso i
soldati giapponesi tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette,
le sventravano o, se erano in stato interessante, strappavano loro il feto dal
ventre; molte donne furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre dei
testimoni ricordano soldati che lanciavano bambini in aria e li riprendevano al
volo con la baionetta.
Il governo diretto da Fumimaro Konoe era perfettamente a conoscenza di quanto
accadeva. Il 17 gennaio il ministro degli Esteri Koki Hirota ricevette un
telegramma scritto dal corrispondente del Manchester Guardian H.J. Timperley
intercettato dal governo di occupazione a Shanghai. Nel telegramma Timperley
aveva scritto:
« Da quando pochi giorni fa sono tornato a Shanghai ho indagato sulle atrocità
commesse dall'esercito giapponese a Nanchino e altrove che mi sono state
riferite. I racconti di testimoni oculari attendibili e le lettere di persone la
cui credibilità è fuori discussione presentano prove convincenti del fatto che
l'esercito giapponese si è comportato - e continua a comportarsi - in maniera
tale da ricordare Attila e i suoi Unni. Non meno di trecentomila cinesi sono
stati massacrati, in molti casi a sangue freddo. »
(H.J. Timperley)
Circa un terzo della città venne distrutto appiccando il fuoco. Secondo le
testimonianze, le truppe giapponesi incendiarono sia i palazzi governativi di
nuova costruzione sia le abitazioni di molti civili; venne ampiamente devastata
anche le zona esterna alla cerchia di mura. I soldati saccheggiarono
indiscriminatamente sia le abitazioni ricche che quelle povere. L'assenza di
qualsiasi forma di resistenza da parte delle truppe cinesi e dei civili di
Nanchino significò che i giapponesi furono liberi di spartirsi qualsiasi valore
trovassero come più piaceva loro.
La situazione,
naturalmente, peggiorò dopo lo sbarco degli Alleati. Nella loro ritirata verso
nord i soldati del “sol levante” si lasciarono andare a numerose atrocità.
Vennero violentate molte donne; nemmeno le suore furono risparmiate. Alla fine
della Seconda Guerra Mondiale il Tribunale Internazionale di Tokyo, voluto dagli
americani, si occupò anche del massacro di Nanchino, emettendo alcune condanne.
Venne, tuttavia, concessa l’immunità a tutta la famiglia imperiale, compreso lo
zio dell’imperatore che aveva precise responsabilità nel massacro.
Segue pagina 2
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico
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