Il complotto sull'attacco Pearl Harbor

Premessa: tratto da Qui
L'attacco di Pearl Harbor (nella terminologia della Marina Imperiale giapponese, Operazione Hawaii o Operazione Z) fu un'operazione aeronavale che ebbe luogo il 7 dicembre 1941, quando forze aereo-navali giapponesi attaccarono la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. L'attacco, portato senza una preventiva dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco iniziato, causò l'intervento statunitense nella seconda guerra mondiale.
Come tutti gli eventi eclatanti, anche Pearl Harbor è stato oggetto di speculazioni complottistiche.
Sulle “teorie dei
complotti” orchestrati ad alto livello sin dalla notte dei tempi per “comandare
il mondo” si è detto molto e, nonostante i numerosi tentativi di dimostrarne la
quasi totale infondatezza, molta gente continua a credere che nelle “stanze dei
bottoni” misteriosi e potentissimi individui, spesso al di sopra delle stesse
istituzioni esistenti, organizzino la vita delle comuni genti, sacrificandone
una parte se e quando si rende necessario ai loro indicibili motivi.
Se in regimi monarchici/autoritari/dittatoriali la cosa può avere ancora un
senso, la faccenda diventa molto più complessa a giustificarsi da quando, nel
cosiddetto Mondo Occidentale, hanno preso piede regimi democratici con un sempre
maggior coinvolgimento nelle decisioni politiche statali di rappresentanti del
“popolo”, la cui stessa origine fa escludere ovvero rende molto difficile
irregimentarli nei misteriosi “vertici” alla cui esistenza la gente comune
sembra non saper rinunciare.
Quando poi i “complotti dei vertici” devono potersi ascrivere all’unico paese
occidentale che è nato senza aver mai conosciuto ne la suddivisione in classi
sociali della sua popolazione, ne forme di governo diverse dalla democrazia
rappresentativa, allora le arrampicate sugli specchi raggiungono vette di
elevato equilibrismo circense: l’esempio principe e tutt’ora più eclatante è il
famigerato attacco “di sorpresa” a Pearl Harbor (sul “fil di lana” con l’attacco
più recente alle Twin Towers, beninteso, ma lo “jus primae noctis” spetta al
primo...), domenica sette dicembre millenovecentoquarantuno, ore delle Hawaii
sette e trenta.
L’accusa è nota: la “sorpresa” in realtà fu provocata volutamente dai vertici
USA (questa volta però non ignoti: il regista sarebbe stato il Presidente degli
USA stesso: Franklin Delano Roosevelt), con l’intento evidente di convincere la
popolazione ad accettare l’entrata in guerra.
“L’Onta” di un attacco a tradimento avrebbe provocato, come effettivamente
provocò, un fortissimo incremento delle richieste di prestare servizio militare
per difendere la Patria ed il Mondo Libero.
Ora, a prescindere, direbbe Toto’, dalle conseguenze estremamente benefiche per
il futuro del mondo che l’entrata in guerra degli USA provocò ai fini della
vittoria finale, quali aspetti negativi si dovrebbero invece ascrivere al fatto,
tali da poter parlare di “complotto” con effetti invece deleteri? La risposta, a
ben guardare, è banale e basta vedere quale “fede politica” avevano i fini
pensatori che idearono questa tesi, tanto suggestiva quanto infondata, come
andrò a dimostrare tra poco.
L’ambiente in cui fu creato questo sospetto era strettamente collegato all’URSS
staliniana, e gli stessi “pensatori” (o meglio i loro figli politici) sono
tutt’ora convinti che, visto come andarono le cose sul Fronte Orientale, se gli
yankees non fossero intervenuti, la Santa Madre Russia avrebbe avuto gioco
relativamente facile nel “liberare” l’intera Europa dal giogo
nazifasci-pluto-giudo-massonico-capitalista e garantire così un radioso futuro
alle teorie sociopolitiche comunemente sintetizzate nella frase “sol
dell’avvenire” (analisi tra l’altro ridicola perché, senza i sostanziosi aiuti
americani e la creazione di un secondo fronte in Francia, per i valorosi e
sfortunati soldatini sovietici, sempre dubbiosi nel decidere se il vero nemico
stava di fronte o alle loro spalle, avrebbero avuto vita molto più difficile
nello sconfiggere le armate del Terzo Reich).
Ma lasciamo perdere superflue ed in fondo inutili vaticinazioni sul “cosa
sarebbe successo se” e passiamo alla confutazione pratica della teoria.
I capi d’accusa sono sostanzialmente tre:
1) il “fatto” che gli USA lasciarono in rada le corazzate ma non le portaerei,
2) il rapporto McCallum in cui si elencavano le sette “provocazioni” verso il
Giappone, tra le quali appunto, secondo la “pubblica accusa, l’aver lasciato la
flotta in rada ed alla mercé degli aerei nipponici (tranne, beninteso, le
famigerate portaerei) e, non meno importante
3)la misteriosa telefonata Churchill/Roosevelt “intercettata” dai tedeschi, in
cui lo statista inglese avvisava il presidente americano dell’attacco con
congruo anticipo, eliminando così la possibilità di poter parlare di “sospresa
in buona fede”.
Nonostante l’ordine delle accuse, lascerò il primo punto per ultimo, perché di
più difficile comprensione se non si hanno, come in genere la gente non ha, un
po’ di cognizioni sul pensiero militare, sia moderno che dell’epoca in cui
avvennero i fatti in discussione.
Vediamo quindi per primo il famoso rapporto, facilmente reperibile su Internet.
Se ci si prende la briga di leggerselo tutto e con un minimo di attenzione si
scopre una cosa molto interessante: le “provocazioni” proposte da McCallum non
sono sette, ma sei.
Si, la “settima
provocazione” (superfluo dirlo, ma si tratta del tenere la flotta in rada a
Pearl Harbor) è descritta in realtà, E CON DOVIZIA DI ARGOMENTAZIONI A SUPPORTO,
come “precauzione”: Mc Callum infatti non fa alcuna distinzione sull’efficacia
delle varie unità in dotazione alla Flotta del Pacifico, e parla espressamente
della necessità di salvaguardare la Flotta PER INTERO, che tornerà
inevitabilmente utile e necessaria una volta che il Giappone avesse risposto
alle altre sei “provocazioni” scatenando la guerra e provocando così la
sospirata “discesa in campo” (sì: non è stata un’invenzione di Berlusconi...)
degli USA.
Nel rapporto, quindi, non c’è nessun elemento che lascia intendere la volontà
USA di usare la propria flotta come “esca”, come “pedina sacrificabile” per
giungere all’indicibile risultato agognato.
Lascio a chi è interessato il compito di verificare di persona quanto sopra,
compito estremamente facile se si sa leggere l’inglese, e passo al secondo “capo
d’accusa”: la telefonata “verticistica” tra Churchill e Roosevelt, con cui il
primo allarmò il secondo su quanto stava per succedere.
Domanda principe: la telefonata fu fatta veramente ed altrettanto veramente fu
intercettata dai tedeschi? A mio vedere è una bufala, e per due motivi
principali, contenuti nella telefonata stessa.
1) Churchill dice a Roosevelt che una flotta incentrata su sei portaerei era
partita dalle isole Kurili (per sviare l’attenzione degli agenti segreti
americani, ma come potevano sperare di sfuggire ai solerti 007 del glorioso ed
efficacissimo MI6, CHE EVIDENTEMENTE AVEVA AGENTI OVUNQUE IN ESTREMO ORIENTE,
isole Kurili comprese, nonostante l’impegno enorme ed estenuante in Europa? eh,
eh ,eh...), ed il mellifluo Delano fa orecchie da mercante... beh, se vi leggete
il resoconto vi accorgerete che non c’è nessun punto in cui Roosevelt dice, più
o meno espressamente, “meglio così, finalmente convinco quei cretini dei miei
“sudditi” ad entrare in guerra!”: ci sono lunghissime dissertazioni sulla
situazione in generale, ma nulla che faccia pensare ad una qualche volontà
machiavellica da parte del Presidente USA (resterebbe sempre da spiegare come
può un presidente americano orchestrare una cosa del genere coinvolgendo solo
pochissimi e fidatissimi collaboratori, in un contesto politico dove si viene
sempre e comunque a sapere tutto: riprenderò l’argomento più avanti...)
2) La vera “perla” della telefonata: Churchill CHIEDE A ROOSEVELT CHE DANNI SI
ASPETTA DA UN ATTACCO DEL GENERE! Ora, ben sapendo che nessuno dei due
personaggi poteva avere una conoscenza militare tale da poter anche solo
proporre una domanda del genere (chi poteva sapere, allora, qual era il
potenziale distruttivo della componente di volo imbarcata su quelle sei
portaerei, se nessuno le aveva mai viste all’opera prima?), la “perla” consiste
nel fatto che la domanda avrebbe dovuto farla Roosevelt: all’epoca della
presunta telefonata, gli inglesi avevano già attaccato Taranto e sapevano
benissimo, fino a quel momento, cosa ci si può attendere da un attacco aereo ad
una flotta ferma in rada, come i nostri italici marinai ben ricordano!
La semplice idea di aver messo in bocca a Churchill una domanda del genere, per chi scrive, è più che sufficiente per archiviare una simile prova nella pattumiera, ma non è finita qui: un terzo elemento, non incluso nella conversazione, fa propendere per questa destinazione finale.
3) Quello che i vari sostenitori di questa “prova” infatti trascurano è: per
quale motivo i tedeschi, ALLEATI DEI GIAPPONESI, non avrebbero avvertito questi
ultimi che erano stati scoperti? E per quale altro motivo i nipponici
continuarono nell’attacco, SE I TEDESCHI LI AVREBBERO AVVERTITI CHE, SE AVESSERO
CONTINUATO, SAREBBERO STATI CAVOLI AMARI PER TUTTI CON L’ARRIVO DEI SOLDATI
YANKEES? A voler essere buoni con i “complottisti”, si sarebbe dovuto almeno
raggiungere un accordo nippo-tedesco di rinviare l’attacco agli USA di qualche
mese, giusto il tempo di stabilizzare le cose in Francia e completare la allora
solo pianificata spallata all’URSS; solo in un secondo tempo si sarebbe
provveduto a tirare in ballo gli USA, ma solo quando sarebbe stato sicuro che
avrebbero dovuto combattere da soli!
Nulla di tutto questo invece avvenne: i giapponesi continuarono nell’abboccare
all’amo, poverini, e quei cattivoni perfidi dei loro alleati nazisti andarono
avanti verso il suicidio finale... bah!
Passiamo all’ultimo ovvero primo elemento a confutazione: perché le portaerei si
salvarono? Il motivo per considerare questa strana coincidenza come una prova a
carico nasce da una combinazione di superficialità nel vedere le cose militari
OGGI e di ignoranza pressoché’ totale del pensiero strategico navale DI ALLORA.
Chiunque oggi tenti di
informarsi in materia usando media non specializzati non può che raggiungere una
conclusione: le portaerei sono l’elemento cardine della potenza navale, ma è
veramente così? in realtà le cose sono molto più complesse, ed il motivo per cui
le “capital ships” di oggi sono tutte portaerei non nasce affatto dall’aver
accertato in modo universale che le portaerei sono imbattibili per qualsiasi
altra soluzione di flotta da battaglia.
Anche oggi una fetta cospicua dell’ammiragliato mondiale (soprattutto americano,
ovviamente) nutre seri dubbi sulla convenienza a tenere in esercizio leviatani
del genere, sempre più costosi ed in fondo per nulla decisivi nell’esito dei
conflitti aeronavali tenutisi dal dopoguerra ad oggi.
Ma, senza entrare in complicate analisi storico/militari sui pro ed i contro
delle portaerei in battaglia negli ultimi cinquant’anni, quante “persone comuni”
sanno di questa cinquantennale diatriba tra “gli ammiragli” e loro dintorni?
Praticamente nessuno, ma tutti invece vedono, e tutti i santi giorni, questi
mastodonti solcare gli oceani: da qui a convincersi che “so’ le mejo”, come si
direbbe nella Capitale, ci passa si e no un capello...
Ecco quindi creato il primo elemento descritto prima come SUPERFICIALITA’,
l’humus nel quale può attecchire la pianta del “complotto": nessuno saprebbe
parlarne con cognizione di causa, ma tutti sono convinti che, se oggi le
portaerei “so’ le mejo”, SEMBRA logico e consequenziale dedurre che, se allora
vennero tenute in disparte, qualcosa da sospettare ci deve essere, no?
Ovviamente, no...
Dove sta invece l’IGNORANZA? Nel non sapere come la si pensava allora della
guerra sui mari, e non sapere quali erano, soprattutto, i programmi navali
dell’epoca, e quali mutamenti questi ebbero a seguito della necessità di dover
combattere, per la prima volta nella storia umana, una guerra di ampio respiro
nell’Oceano Pacifico: anche questo è di per se un aspetto sufficiente per
buttare tutta la teoria del “complotto” nella spazzatura.
Fino a Pearl Harbor (ma,
meglio ancora, fino alla battaglia delle Midway, diversi mesi dopo il
“complotto”...) le portaerei erano quasi universalmente considerate le “capital
ships dei poveri”, per nulla in grado di impensierire la potenza consolidata ed
accertata delle navi da battaglia, volgarmente note come “corazzate”.
Mentre queste ultime, infatti, dovevano essere progettate apposta, le prime
altro non erano che adattamenti di scafi destinati in origine ad incrociatori,
la dimensione massima conosciuta allora di navi a scafo filante (la corazzate
ante-1941 erano molto più “panciute” e lente).
Questo si traduceva inoltre in una grossa differenza nei costi di produzione: a
quei tempi al costo di una corazzata si potevano costruire due/tre portaerei,
componente di volo compresa.
Ora: è pensabile che chi vuole “salvare le portaerei”, dedichi il massimo
impegno costruttivo nelle corazzate? Logicamente no, ma in realtà questo
avveniva: al momento dell’attacco a Pearl Harbor la flotta da battaglia
americana, sempre all’epoca, contava sei portaerei, due delle quali di piccola
taglia, ed una ventina di corazzate, e contemporaneamente nei cantieri navali
americani erano in costruzione quattro nuove corazzate e nessuna portaerei! Una
coerenza impeccabile, io direi...
Cosa fece cambiare idea: l’attacco a Pearl Harbor? Assolutamente no: ad indurre
ad un “mutamento di rotta” fu l’analisi del nuovo campo di battaglia, l’Oceano
Pacifico.
La via per sconfiggere il Giappone passava necessariamente per la progressiva
conquista dei vari arcipelaghi, una specie di autostrada a tappe forzate che,
descrivendo un percorso ad arco, univa, più o meno, le isole Hawaii/Midway al
territorio metropolitano giapponese, condizione necessaria per la sua successiva
invasione (allora la bomba atomica nonsi conosceva ancora, sempre per gli amanti
delle analisi fatte col senno del poi...).
Ma come garantire il supporto aereo necessario alle operazioni di conquista dei vari arcipelaghi, supporto, badare bene perchè è la chiave di volta di tutto il discorso, che doveva essere STRETTAMENTE CONTINGENTE alla creazione di aeroporti nelle isole e permettere così all’aviazione BASATA A TERRA di poter intervenire negli scontri?
La risposta non poteva
essere che una: creare una flotta di “aeroporti galleggianti” in numero
sufficiente a permettere la copertura aerea (dato il potenziale bellico degli
aerei del 1941: altra cosa da tenere a mente) alle varie operazioni di sbarco
(nelle quali non mancò mai, ed anzi fu sempre considerato determinante,
l’appoggio di fuoco delle navi da battaglia, le uniche dotate di artiglieria
sufficientemente potente a distruggere le fortificazioni nemiche, sempre secondo
i parametri di valutazione del 1941).
Questa decisione strategica è ulteriormente confermata sia dalle caratteristiche
costruttive delle portaerei post-1941 che dall’efficacia globale dell’aviazione
americana, imbarcata o meno, durante l’intero conflitto.
A differenza degli inglesi che corazzarono il ponte di volo sin da subito (ma con costi ben maggiori e dimensioni finali degli scafi e dimensione della componente aerea ben inferiori alle contemporanee realizzazioni americane), gli USA puntarono su scafi più leggeri ed elastici, e ponti di volo la cui robustezza doveva solo garantire delle operazioni di volo senza intoppi (sempre per quelli del senno del poi: questa scelta fu fatta molto prima dell’arrivo dei kamikaze, quelli “originali”, che infatti bucarono con estrema facilità i ponti di voli, quando riuscivano a colpirli; non ci riuscirono invece con nessuna portaerei britannica...) al massimo numero di velivoli possibile: questi ultimi (ed è il secondo punto prima accennato) erano tutt’altro che efficienti e per tutta la durata della guerra il rateo di aerei persi in combattimento verso quelli persi per incidenti di varia natura fu sempre di 1 a 3,5 (quanti dei “complottisti” lo sapevano?), con la punta massima di 1 a 6,5 per le forze aeree che operarono dalle isole Aleutine.
Semplice “massa” ovvero
“forza bruta” quindi, come alcuni analisti militari sintetizzano oggi la
filosofia militare americana nella II GM, non alte vette di pensiero strategico
ovvero finezze tattiche alla Napoleone Bonaparte, e le portaerei dovevano
contribuire solo per una parte, tutto sommato limitata, di questa “forza”.
Solo alla fine del 1944, quando ci si mise a fare un po’ di conti e si dovette
prendere coscienza che la tecnologia aeronautica aveva fatto passi da gigante in
soli tre anni, le scelte costruttive navali americane cambiarono, ma fu un
scelta “a posteriori”, appunto: nel 1941 nessuno avrebbe scommesso un centesimo
bucato sul fatto che le portaerei avrebbero soppiantato le navi da battaglia nel
ruolo di “capital ship” (e, viste le differenze di costi di produzione nel 1944,
non fu nemmeno una scelta dettata da mere considerazioni militari), ed è questo,
al di là di analisi storico-militari, il punto che ci interessa, nello smontare
una tesi che si basa, dal punto di vista tecnico, nel solito trucchetto di
analizzare le cose di un’epoca con le conoscenze e le contingenze di un’altra.
Per concludere, vorrei solo ricordare tre episodi che contribuiscono
ulteriormente a smantellare il mito del complotto:
1) prima dell’attacco
fatidico l’unico radar in dotazione alle Hawaii avvistò per tempo gli stormi
nipponici, ma l’allarme
prontamente dato cadde nella pigrizia domenicale mattutina: nessuno ha mai
potuto provare, come logica “complottistica” invece vorrebbe, che l’ufficiale
dell’esercito (allora l’USAF non era stata ancora creata) che ricevette
l’allarme in realtà era un “collaboratore segreto” di Roosevelt, incaricato
proprio di neutralizzare la minaccia del radar di mandare a monte tutta la
tresca...
2) sempre prima
dell’attacco un’unita’ sottile americana avvistò ed attaccò un sommergibile
tascabile giapponese che tentava di entrare in rada: anche quì l’allarme al
comando prontamente dato venne ignorato, ma stavolta da un ufficiale di marina:
un altro “collaboratore segreto” di Roosevelt?
3) Il punto di svolta
della guerra nel pacifico fu la battaglia di Midway, tutti pensiamo, ma in
realtà il vero punto di svolta fu la mancata partenza dell’aereo da ricognizione
imbarcato sull’incrociatore giapponese Tone, che avrebbe dovuto pattugliare
proprio il settore dove si erano annidate le superstiti e malconce (dopo la
battaglia del Mar dei Coralli) TRE portaerei americane disponibili, e che finì
per scoprirle con una fatale mezz’ora di ritardo.
Una partenza secondo i piani avrebbe cambiato radicalmente il corso della
battaglia, e gli aerei UA non avrebbero mai trovato le portaerei giapponesi con
i ponti intasati di bombe e siluri contemporaneamente: al contrario, i
giapponesi avrebbero potuto attaccare per primi la flotta americana, in pratica
neutralizzandola quanto sarebbe bastato per permettere alla forza di invasione
di conquistare Midway.
Anche in questo caso sul Tone c’era un sabotatore membro del “complotto”? questo
è un pò più difficile da credere rispetto ai due casi precedenti...
Scusandomi per la lunghezza, ma l’argomento, come ho scritto, è molto più
complesso di quanto i “complottisti” tentano di far credere, spero di aver
fornito qualche buono spunto di riflessione, non tanto sull’argomento, ma
soprattutto sui modi ed i motivi per i quali certe “teorie” continuano a
suscitare tanta attrazione: meno superficialità e più “aristotelismo” sono
comunque sufficienti per capire dove sta la realtà.
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico