Per fare le guerre ci vogliono le bugie

Premessa: adattato in parte da qui e qui
Di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?
“...Ieri sono arrivate altre conferme delle manifestazioni che sabato e
domenica hanno sconvolto le città di * e * che sarebbero state represse nel
sangue dalla polizia con l'appoggio dell'esercito” (Corriere della sera
**/**/****) e ancora “...Fonti dell'opposizione interna parlano di scontri
violentissimi e di 300 morti...” (La Repubblica).
Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi mesi notizie di stragi, di
bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle
armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di
stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi
in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche
occidentali e, quindi, anche italiana.
Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo
in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a
Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989.
L’episodio che più impatto ebbe sull’opinione pubblica italiana e occidentale fu
il ‘massacro di Timisoara’ del Natale del 1989. Per giorni si parlò di un vero e
proprio eccidio costato la migliaia di civili inermi, passati per le armi dalle
truci milizie del regime nella città romena, e le immagini di ‘migliaia’ di
cadaveri sepolti in una ‘fossa comune’ fecero più volte il giro del mondo
diventando il simbolo di quanto accadeva in uno dei paesi dell’Europa orientale
che si stava liberando dall’odiato comunismo di stampo sovietico.
Ad un certo punto comparve anche un filmato che mostrava i primi corpi riesumati con evidenti tracce di “torture spaventose”; i cadaveri avevano in comune un taglio malamente ricucito che andava dal collo all'inguine...
Si tratta di scene agghiaccianti. I cadaveri aperti, mutilati e ricuciti erano ordinatamente messi in fila dopo essere stati riesumati e venivano illuminati dalla luce delle torce elettriche. L’icona del massacro divenne l’immagine del corpicino di una bambina che giaceva sopra quello di una donna, le cui immagini suggerivano fosse la madre, con una lunga ferita sul torace.
Era ciò che mancava per indignare del tutto l’opinione pubblica dell’intero
pianeta, condotta per mano dai maggiori organi d’informazione di tutte le
nazioni. In Italia, nonostante la mancanza di ufficialità della notizia,
uscirono titoli decisamente drammatici: “Abbiamo assistito alla battaglia di
Timisoara […] La maggiore battaglia urbana dal dopoguerra […] Tortura […] La
repressione ha provocato migliaia di morti” ( IL Corriere della Sera ); “
Quattromilacinquecento cadaveri irriconoscibili, mutilati, mani e piedi
tagliati, con le unghie strappate” (L’Unità ); o ancora: Migliaia di cadaveri
nudi legati col filo spinato, donne sventrate e bambini trucidati” ( La Stampa
).
Dal momento che la frontiera ungherese della Romania era ancora chiusa ai
giornalisti, “la verità delle cose viste rese credibile la menzogna delle cose
sentite”, tant’è che come abbiamo visto le immagini fecero rapidamente il giro
del mondo.
Quando fu invece possibile per i giornalisti accedere in prima persona al luogo
del massacro, questi non trovarono nessuna constatazione ufficiale sulla
dinamica dei fatti e nessuna testimonianza “autorevole” a confermare gli stessi;
trovarono piuttosto gli ospedali stranamente vuoti (quando dovevano essere colmi
di feriti), gli edifici intatti (vista l’entità degli scontri si pensava a
qualche danno in più) e, cosa ancor più strana, nessuna traccia dei 4632
cadaveri.
Si venne a sapere che i segni presenti sui cadaveri non erano dovuti alle
conseguenze di torture brutali, ma a quelle di una più semplice autopsia; che la
bambina vista in mondovisione si chiamava Christina Steleac, che aveva due anni
e mezzo e che era morta per congestione a casa sua il 9 dicembre dello stesso
anno, mentre quella che doveva essere la madre altro non era che un’anziana
alcolizzata di nome Zamfira Baintan, morta per cirrosi epatica.
Il presunto eccidio del Natale del 1989 a Timisoara, ‘incontrovertibilmente
vero’ in quanto raccontato dalle tv e dai giornali di tutto il mondo con
‘testimonianze particolareggiate’ ed immagini a profusione, in poche settimane
venne smascherato e divenne una delle bufale più inquietanti nella storia del
giornalismo.
I cadaveri ritratti erano solo 13 ed erano morti di morte naturale. Niente stragi, niente fosse comuni. Il 24 gennaio del 1990 una tv
tedesca e la France Press denunciarono la messa in scena: “Tre medici di Timisoara hanno affermato che i corpi di persone decedute in modo naturale sono
stati prelevati dall'istituto medico legale e dall'ospedale per essere esposti
alle telecamere come vittime della Securitate”. Infatti, si accertò ben presto
che i corpi venivano dagli obitori.
L’opinione più diffusa è quella secondo cui i registi occulti di questa
messinscena furono alcuni oppositori (ma anche ex collaboratori) di Ceaucescu
che ne volevano ereditare il potere, screditandone la figura di fronte al
proprio popolo e all’opinione pubblica mondiale. Resta ancora da chiarire la
responsabilità della televisione rumena; essa era complice o vittima del falso?
Anche in questo caso l’opinione più diffusa sembra avallare la prima delle due
ipotesi, ovvero quella di un machiavellico complotto ordito da politici,
giornalisti e militari oppositori (ed ex fedeli) del regime per far crollare del
tutto (soprattutto a livello simbolico) la figura del dittatore.
Ma l’industria internazionale delle bufale non si diede per vinta, avendo
sperimentato la facilità con cui qualche agenzia di stampa e qualche
fotoreporter possono di punto in bianco, in assenza di prove e di conferme
incrociate, creare un caso e mobilitare le opinioni pubbliche. E quindi fornire
ai governi il là per
potersi imbarcare in bombardamenti umanitari, invasioni preventive, occupazioni
democratiche.
Paradossalmente la censura, la verve propagandistica parca di notizie e il
dilettantismo tipici dei media del paese preso di mira dalla ‘disinformatia’
contribuiscono a concedere credibilità alle esagerazioni e alle invenzioni
prodotte con maestria professionale dall’industria internazionale della
menzogna.
Scrive Federico Povoleri in un pezzo dedicato ai meccanismi della
disinformazione:
“Le cose da considerare in questa storia sono allo stesso tempo importanti e
quasi incredibili:
1) La capacità di raggiungere in pieno un obiettivo di disinformazione a livello
internazionale;
2) L'accettazione acritica da parte dell'opinione pubblica di notizie che
mancavano di fonti certe e attendibili;
3) L'incredibile capacità di penetrazione della notizia che crebbe a dismisura
attraverso leggende e false notizie di supporto;
4) La dimostrazione di quanto un'informazione manipolata possa trasformare o
addirittura costruire la realtà.”
Il modello, sperimentato con successo in Romania, venne infatti utilizzato di
nuovo, ed in grande stile, per altri quadranti del globo dove la sete di
petrolio e di territori da conquistare imponevano sanzioni prima e interventi
militari poi.
La prima a morire in guerra è la verità
Non c’è niente di nuovo che un governo menta al suo popolo per iniziare una guerra.
Il presidente McKinley disse al popolo che la nave Maine era stata affondata nel
porto di Havana a causa di una mina spagnola. La gente, infuriata dall’attacco
senza che vi fosse stata una provocazione, appoggiò la Guerra Ispano-Americana.
Il comandante della nave Maine aveva insistito che la sua nave era stata
affondata da un’esplosione del deposito di carbone. Dopo la guerra l’indagine
accertò che la causa dell’affondamento era stata proprio quella, che non era
stata affatto dovuta ad una mina.
Hitler usò questo principio per mentire alla sua stessa gente per iniziare
un’invasione. Disse alla gente che la Polonia aveva attaccato la Germania per
prima. I tedeschi, convinti di essere minacciati, seguirono Hitler
nell’invasione della Polonia e per tutta la Seconda Guerra Mondiale.
Il Presidente Johnson mentì sull’incidente del Golfo del Tonkino per mandare gli
Americani alla guerra nel Vietnam. Non vi erano navi siluranti nelle acque del
Golfo. LBJ sfruttò il rapporto di un addetto al sonar senza esperienza, per
imbrogliare il Congresso e avere mano libera a mandare avanti la guerra nel
Vietnam.
Non si possono dimenticare le prove fabbricate per giustificare l’invasione del
2003 in Iraq e la relativa guerra: le inesistenti armi di distruzione di massa, la torta gialla dal
Niger (l’uranio), le ripetute e false associazioni tra Saddam e l’11/9....in
seguito tutto dimostrato essere falso.
È una realtà storica che i capi delle nazioni mentiranno alla loro gente per
imbrogliarli e farli trovare in guerre che altrimenti sarebbero evitate. Non è
una teoria della cospirazione a suggerire che i capi delle nazioni mentono per
portare la loro gente in guerra. È un fatto innegabile.
Il 20 marzo 2003 le forze occidentali lanciarono il loro attacco”Shock and Awe”all’Iraq. Il 20
marzo 2011 le stesse forze hanno attaccato la Libia, per cominciare quello che
molti ritengono essere qualcosa di simile.
Ciò che è evidente ai più informati, è che ancora una
volta abbiamo l’ennesima guerra velata come
un “intervento umanitario”, vestita come una missione di pace guidata con l’uso
di pesanti bombardamenti, dove la verità si trova diametralmente
opposta alla propaganda spinta dai media mainstream.
Le similitudini con l’Iraq
vanno ben oltre la data di inizio, anzi,sono molte le cose in comune tra
l’attacco attuale alla Libia e numerosi altri interventi militari e atti di
aggressione effettuati negli
ultimi anni.
La propaganda attualmente pompata dai media mainstream è essenzialmente una
ripetizione delle cose già viste durante le invasioni dell’Iraq e del Kosovo: un
caso largamente fabbricato per un intervento umanitario, con la
demonizzazione costante del leader come un tiranno che compie omicidi di massa
per giustificare una pesante campagna di guerra in nome dei diritti umani e
della giustizia.
Alcune bufale famose della Guerra del Golfo
Da libro dal libro: «Vendere la guerra» citiamo il racconto di una delle bufale di guerra più famose.
La vicenda dei "neonati strappati alle incubatrici" dai soldati iracheni ha
contribuito alla creazione del sostegno pubblico alla prima Guerra nel Golfo
Persico contro l'Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait. Al momento
della sua diffusione, la storia venne largamente creduta e non vi fu alcuna
smentita fino alla fine della guerra. Da allora, alcuni giornalisti e
organizzazioni umanitarie hanno svolto delle indagini, giungendo alla
conclusione che si trattava di un falso. Il fatto venne considerato gravissimo
negli ambienti stessi delle pubbliche relazioni, eppure parte del pubblico crede
ancora che sia vero.
La Hill & Knowlton, in quel periodo la più grande agenzia di pubbliche relazioni
del mondo, fu l'ideatrice della massiccia campagna messa in atto per convincere
gli americani ad appoggiare una guerra di liberazione del Kuwait occupato
dall'Iraq.
Gran parte del denaro per finanziare la campagna in favore della guerra
proveniva dal governo kuwaitiano stesso, che sottoscrisse un contratto con la
H&K nove giorni dopo l'entrata dell'esercito di Saddam nel paese.
Tutti i grandi eventi mediatici hanno bisogno di quello che i giornalisti e i
pubblicitari chiamano "aggancio". L'aggancio ideale e' l'elemento centrale
affinché una vicenda faccia notizia, provochi una forte risposta emotiva e
rimanga impressa nella memoria.
Per la campagna sul Kuwait, l'aggancio arrivò il 10 ottobre 1990, quando
l'Assemblea congressuale per i diritti umani tenne un'udienza a Capitol Hill,
presentando ufficialmente per la prima volta le violazioni dei diritti umani
dell'Iraq. L'udienza apparve come un normale procedimento congressuale ufficiale
ma non era esattamente così. Sebbene l'Assemblea fosse presieduta dai deputati
Tom Lantos e John Porter, non era una commissione ufficiale del Congresso.
La testimonianza più commovente del 10 ottobre fu quella di una ragazzina
kuwaitiana di 15 anni, identificata soltanto per nome, Nayirah. Secondo
l'Assemblea, il cognome di Nayirah restava riservato per evitare ritorsioni
irachene contro la sua famiglia che si trovava nel Kuwait occupato.
Singhiozzando, la ragazzina descrisse ciò che aveva visto con i suoi occhi in un
ospedale di Kuwait City.
La trascrizione della sua testimonianza venne diffusa in un kit informativo del Citizens for a Free Kuwait. "Ero volontaria all'ospedale al-Addan", raccontò Nayirah. "Mentre ero lì, ho visto i soldati iracheni entrare nell'ospedale con i fucili e dirigersi nelle camere dove si trovavano i bambini nelle incubatrici. Hanno tolto i bambini, hanno portato via le incubatrici e li hanno lasciati morire sul pavimento gelido." Continuò affermando che questo era accaduto a "centinaia" di bambini.
Passarono tre mesi dalla testimonianza di Nayirah all'inizio della guerra.
Durante questi mesi, la storia dei bambini tolti dalle incubatrici veniva
ripetuta in continuazione. La raccontò il Presidente Bush. Fu raccontata durante
le testimonianze al Congresso, nei talk show in TV, alla radio e al Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite. Amnesty International riportò la denuncia in un
rapporto sui diritti umani del dicembre 1990, dichiarando che "oltre 300 neonati
prematuri sarebbero deceduti dopo essere stati tolti dalle incubatrici portate
via dai soldati iracheni".
"Di tutte le accuse mosse contro il dittatore", osservò MacArthur, "nessuna ebbe
più impatto sull'opinione pubblica americana di quella secondo cui i soldati
iracheni avrebbero tolto 312 neonati dalle incubatrici lasciandoli morire sul
pavimento gelido dell'ospedale di Kuwait City".
All'Assemblea sui diritti umani, tuttavia, la Hill & Knowlton e il deputato
Lantos non avevano detto che Nayirah era un membro della famiglia reale
kuwaitiana. Infatti suo padre e' Saud Nasir al-Sabah, l'ambasciatore del Kuwait
negli Stati Uniti, anch'egli presente nell'aula dell'assemblea durante la
testimonianza. L'Assemblea non rivelò inoltre che il vice presidente della Hill
& Knowlton, Lauri Fitz-Pegado, aveva istruito Nayirah per la testimonianza.
Dopo la guerra, alcuni investigatori sui diritti umani cercarono conferme sulla
storia di Nayirah, senza trovare alcun testimone o altre prove che potessero
sostenerla. John Martin di World News Tonight dell'ABC visitò l'ospedale
al-Addan e intervistò il dottor Mohammed Matar, direttore del sistema sanitario
del Kuwait, e sua moglie, la dottoressa Fayeza Youssef, che dirigeva il reparto
di ostetricia dell'ospedale. Secondo la loro testimonianza, le accuse di Nayirah
erano false. In tutto il Kuwait erano disponibili pochissime incubatrici, non
certamente le "centinaia" citate da Nayirah, e nessuno aveva visto soldati
iracheni strappare neonati alle macchine. "Credo si sia trattato solo di
propaganda", disse Matar.
La testimonianza di Martin portò all'avvio di un'indagine indipendente di
Amnesty International, che al tempo della testimonianza di Nayirah aveva preso
per buona la storia dei "neonati strappati alle incubatrici".
Anche gli investigatori di Amnesty International non trovarono "prove credibili"
che confermassero la storia e smentirono il loro precedente rapporto. "Siamo
convinti... che la vicenda dei neonati deceduti non sia avvenuta nelle
proporzioni inizialmente riferite, qualora sia effettivamente avvenuta", ha
riportato un portavoce di Amnesty International.
Anche Middle East Watch, un'altra organizzazione sui diritti umani, ha svolto
un'indagine propria, concludendo che la storia fosse una mistificazione.
Il direttore di Middle East Watch, Aziz Abu-Hamad, che ha condotto un'indagine di tre settimane in Kuwait dopo la guerra, ha dichiarato: "Le ricerche accurate di Middle East Watch non hanno prodotto alcuna prova per sostenere queste accuse. Dopo la liberazione del Kuwait, abbiamo visitato tutti gli ospedali nei quali secondo la testimonianza sarebbero accaduti tali episodi. Abbiamo intervistato i dottori, le infermiere e gli amministratori e abbiamo consultato gli archivi delle strutture. Ci siamo anche recati nei cimiteri e abbiamo esaminato i registri.
Sebbene avessimo chiari risconti sulle varie atrocità commesse dagli iracheni,
non ne abbiamo trovato alcuno sull'accusa secondo cui i soldati iracheni
avrebbero tolto i neonati dalle incubatrici lasciandoli morire. Alcuni testimoni
del governo kuwaitiano, che durante l'occupazione irachena avevano sostenuto la
veridicità della storia delle incubatrici, hanno cambiato idea e altri sono
stati screditati. La diffusione di resoconti falsi sui crimini commessi reca un
grave danno alla causa dei diritti umani. In questo modo si distoglie
l'attenzione dalle reali violazioni commesse dall'esercito iracheno in Kuwait,
compresa l'uccisione di centinaia di persone e la detenzione di migliaia di
cittadini kuwaitiani e non, centinaia dei quali sono ancora dispersi"
L’immagine simbolo della guerra del Golfo, quella del cormorano che agonizza nel petrolio a causa dell’incendio dei pozzi kuwatiani, immagine che aveva canalizzato una forte commozione del pubblico diventa, col tempo, oggetto di forti perplessità: come è stato possibile filmare se quello era territorio in mano agli irakeni? Ornitologi di fama internazionale affermarono, poi, che il cormorano non dimora a quelle latitudini in quel periodo dell’anno. Infatti, si scoprì che la foto era un falso, probabilmente una vecchia foto di un uccello vittima di un caso di inquinamento in Alaska.
Tanto per citare qualche altra mistificazione in merito: l’atto finale della guerra del Golfo trasmesso dalle tv di tutto il mondo è la calata dei soldati americani da un elicottero per riconquistare l’ambasciata di Kuwait City. Di fronte a questa scena spettacolare, nessuno pone il dubbio dell’utilità dell’azione visto che la capitale era stata liberata già da due giorni.
E subito dopo la Guerra del Golfo si cade addirittura nel paradossale: l’operazione Restor Hope in Somalia nel dicembre 1992 (causata anche dalle immagini televisive dei di morti di fame) vede lo sbarco dei Marines in assetto da guerra sulla spiaggia somala già occupata da cameraman e fotoreporter. La storia in diretta diventa l’auto-rappresentazione dei media, che filmano una storia che diventa spettacolo, evento appositamente costruito per i loro obiettivi, ottenendo un estraniante effetto di irrealtà.
Le bufale della guerra in Kosovo
La bugie della guerra in Kosovo sono così tante che hanno scritto diversi libri per raccontarle, qui di seguito se ne dà un piccolissimo assaggio.
Le fabbriche delle menzogne avevano funzionato egregiamente anche per
giustificare i bombardamenti sulla Serbia e l’invasione della provincia del
Kosovo. Si cominciarono a descrivere con dovizia di particolari le esecuzioni
sommarie, le colonne di profughi bombardati dai caccia, gli stupri di massa
contro le donne kosovare, i villaggi distrutti.
Siccome le opinioni pubbliche si dimostravano ancora troppo tiepide nei
confronti di un intervento militare di terra, si cominciò a parlare di milioni
di profughi in pericolo di vita, di eccidi indiscriminati, di pulizia etnica.
A invasione conclusa le squadre forensi della FBI e della Polizia spagnola, inviate in Kosovo a caccia delle fosse comuni dove sarebbero stati sepolti decine di migliaia di civili kosovari, non ne trovarono, ma si imbatterono nei campi di prigionia e nelle sale della tortura allestite dai ‘liberatori’ dell’UCK, riconvertitisi nel frattempo nei nuovi padroni della provincia sottratta a Belgrado. (Vi consigliamo la lettura dell’articolo ‘La bufala delle fosse comuni in Kosovo. Assordante silenzio degli invasori ‘umanitari’, di John Pilger).
In Kosovo i media occidentali saturarono le loro trasmissioni con una fotografia di un uomo magro dietro una staccionata accompagnata dalle grida dei "campi di concentramento!"
La verità era piuttosto diversa: la foto fu scattata dalla troupe di ITN (Independent Television Network) che si trovava all’interno di un campo profughi .
I rifugiati (non prigionieri) in pelle ed ossa c'erano davvero. Ma il filo spinato era stato inserito nelle immagini per ingannare lo spettatore. Serviva a proteggere dai vandali un generatore elettrico e una baracca, e non circondava nessun prigioniero. I cameraman si sono messi dentro il recinto e da lì hanno ripreso i musulmani dando un'immagine non corretta.
Queste foto furono un altro colpo della propaganda dei media dell’Occidente, che alla fine ha portato ad una letale campagna di guerra in quella zona.
Da bufale belliche: il caso Kosovo di Pino Cacucci ricordiamo una delle bufale di guerra più famose della storia recente.
Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della "guerra umanitaria", cioè la cosiddetta "strage di Racak", è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena.
L'inviato del "Figaro" Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l'eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato "preso in giro dall'Uck" al pari degli altri giornalisti.
Poi, anche "Le Monde" e "Liberation" hanno smascherato l'inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell'Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell'Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio "appariva del tutto normale".
L'indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell'Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c'erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell'inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla?
E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell'Uck proprio a Racak? L'articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di "uccidere la loro notizia"... Il mondo fece come gli osservatori dell'Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l'inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.
Qualche mese dopo la fine dell'intervento "umanitario", persino le tanto
sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento.
Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi - fermo restando,
come ha affermato persino una funzionaria dell'Osce, che questi si sono
scatenati dopo l'inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che
l'incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi - ma
le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate
altrettante montature false a uso e consumo della propaganda.
Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l'attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell'Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo,E sempre in tema di bugie, sono da citare anche quelle sulle bombe ritrovate in Adriatico dopo i bombardamenti del 1999 sulla Serbia e Kosovo. I responsabili dissero che erano della seconda mondiale, ma i pescatori nelle loro reti hanno potuto leggere da vicino che la data scritta su quelle bombe era inequivocabile.
Il Libia la storia delle bufale si ripete!
In Libia come in Kosovo dodici anni fa, l'intervento militare è stato presentato dai potenti dell'Occidente con urgenza e senza alternative: un obbligo morale per fermare un genocidio. E pazienza se poi sono emerse le prove che ciò non era affatto vero. L'urgenza umanitaria è stata ripresa e tambureggiata senza sosta dai media che hanno accompagnato i bombardamenti interpretando ogni notizia alla luce della buona causa.
La costruzione dei media per l’attacco in corso alla Libia è
stata caratterizzata dallo stesso livello di propaganda usata nelle precedenti
missioni "umanitarie", iniziando come le
immagini di finte fosse comuni spacciate per vere, che in realtà erano foto
preesistenti di un normale cimitero libico.
Le storie delle atrocità effettuate da Gheddafi si sono rivelate subito essere di
dubbia veridicità, come per esempio l’accusa che Gheddafi stava usando la sua
forza aerea per mitragliare folle di manifestanti. Queste false accuse sono
state ripetute fino alla nausea sui
media principali, dando l'idea di un dittatore sanguinario verso i propri civili
e quindi giustificando moralmente l'intervento militare.
La crisi libica si è imposta sullo scacchiere internazionale grazie anche ad una
micidiale disinformazione, veicolata dai mass media. Non è la prima volta.
Guerra e bugie vanno d’accordo sempre, soprattutto in televisione. E’ un
matrimonio che è stato consumato da tempo e che non è mai andato in crisi, anzi
si è arricchito di conflitto in conflitto. Con tecniche sempre più sofisticate,
anche se con risultati altalenanti. Un’inchiesta de La Storia Siamo Noi rimette
in discussione molte verità sulla guerra in Libia che sembravano acquisite con
interviste a Fausto Biloslavo, Toni Capuozzo, Massimo Bordin, Antonio Polito e
Cristiano Tinazzi.
Nel Documentario Rai della serie "La Storia siamo noi" dal titolo "Guerra, Bugie
& TV" di Amedeo Ricucci, si ricostruisce notizia per notizia le bugie che,
giorno dopo giorno, si sono inanellate sui media italiani e internazionali, a
proposito del conflitto libico, col risultato di creare un clima di confusione
dove non si sa più stabilire dove sia la verità e dove la propaganda.
In diretta telefonica dalla Libia, il giornalista Cristiano Tinazzi chiarisce che mentre tutto il mondo credeva che il 28 marzo Sirte, la città di Gheddafi, fosse caduta nelle mani dei ribelli, in realtà a Sirte, dove Tinazzi si trovava quel giorno, non era accaduto nulla di tutto questo.
Nè un bombardamento, nè uno sparo, come documentano le immagini in esclusiva girate dal giornalista del Messaggero. Ammette Tinazzi: “In questo conflitto ci sono state diverse manipolazioni dell’informazione, gravi anche a livello deontologico. Il giornalista onesto dovrebbe raccontare solo quello che vede. Tuttavia, facendo così, rischia di bucare la notizia che altri danno spesso anche in maniera fantasiosa. Però i loro articoli vanno in prima pagina, mentre chi fa il lavoro onestamente va a finire in secondo piano”.
Concorda Fausto Biloslavo, inviato de “Il Giornale”, anch’egli in Libia: “Un’alimentazione a ciclo continuo di notizie ha creato una guerra della disinformazione e della propaganda. Va detto che la difficoltà è anche quella che di notizie dirette non ce ne sono”. Anche tra altri giornalisti italiani serpeggiano perplessità sul modo in cui è stata raccontata la guerra in Libia.
Dice Toni Capuozzo, vicedirettore del TG5: “In guerra la prima vittima è la verità. Tutto si muove sulla base di notizie spesso gonfiate, manipolate, distorte, per legittimare le iniziative che vengono prese. Si è parlato in Libia di migliaia e migliaia di morti. Credo che nessuno avrà modo di verificare quanto questo sia vero”. Sostiene Massimo Bordin, ex direttore di Radio Radicale: “Il numero dei morti che è stato fatto all’inizio, probabilmente per giustificare l’intervento militare occidentale, è chiaramente sovrastimato”.
Antonio Polito, editorialista del “Corriere della Sera”, sottolinea come il conflitto libico sia “confuso e contraddittorio”. Germano Dottori di Limes e docente di Studi Strategici, ammette: “Le dimensioni del fenomeno e il modo in cui è stato descritto questo conflitto civile sono state fortemente manipolate”.
Proprio in Libia, più che in qualsiasi altro Paese mediorientale, la Nato e l'Occidente si sono screditati e il loro intervento militare viene unanimemente considerato come finalizzato al controllo delle risorse petrolifere e dei fondi sovrani libici più che mai vitali per risollevare le sorti della finanza internazionale.
Quanto agli islamici radicali, sono sufficientemente scaltri da usarci fintantoché li porteremo al potere, per poi rivoltarsi contro di noi in quanto «infedeli» non appena gli sarà data l'opportunità.
E se proprio vogliamo immaginare quale sarà lo scenario prossimo in Libia, non
dobbiamo far altro che guardare quanto sta accadendo alle sue frontiere, in
Tunisia e in Egitto, i due paesi che abbiamo lungamente osannato per la rivolta
popolare che ha scalzato dal potere Ben Ali e Mubarak, mentre ora si ritrovano
sempre più in balia sia delle forze islamiche radicali legate ai Fratelli
Musulmani sia delle forze nazionaliste panarabe, unite dalla negazione del
diritto di Israele a esistere come Stato del popolo ebraico, dal sostegno ai
terroristi palestinesi di Hamas, dalla discriminazione e persecuzione dei
cristiani che rifiutano lo status di «dhimmi», sottomessi alla sharia (legge
coranica), o che rivendicano una loro identità autonoma.
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico