La bufala della guerra in Libia

 

 

Premessa: adattato da qui

 

Le modalità con cui l'improvvisa crisi libica si è imposta sullo scenario internazionale dovrebbero far riflettere sul ruolo giocato dai mass media e soprattutto sulle nuove frontiere raggiunte dall’arte della manipolazione. Lo hanno fatto veicolando spesso notizie false anche se verosimili, che hanno fatto terra bruciata attorno a Gheddafi, che di suo non è certo un galantuomo, alimentando ad arte la rivolta contro il suo regime ed alienandogli di conseguenza ogni appoggio esterno.
Diversamente da quanto accaduto prima in Tunisia e poi in Egitto, c’erano pochissime immagini, almeno all’inizio, che «certificassero» gli avvenimenti libici. Sì, a Bengasi c’era una protesta in corso, l’ennesima dei cittadini della Cirenaica; ma la rivolta questa volta si è estesa grazie all’uso spregiudicato di alcuni media internazionali, che non si sono fatti scrupoli, pur non avendo immagini da mostrare. E’ il caso dei bombardamenti «a tappeto» su Tripoli e delle «fosse comuni» in cui sarebbero state sepolte le vittime civili.
Due «bufale» clamorose, che però sono finite sulle prime pagine di tutti i giornali, scatenando la fantasia di editor e titolisti senza scrupoli, interessati solo alle vendite. E per almeno tre, quattro giorni, quelli iniziali, decisivi, è stato tutto un rimbalzare di notizie incendiarie, che in realtà arrivavano dalla Rete -tramite gli oppositori libici basati a Londra- e che non c’era alcun modo di verificare; ma che tutti i grandi media hanno ospitato volentieri, pur sapendo che erano infondate, contribuendo così ad avvalorarle.

E’ la cosiddetta «circolarità dell’informazione», denunciata da Pierre Bourdieu: le notizie prodotte a mezzo di altre notizie, da media a media, senza mai passare attraverso i fatti. Ma tanto basta a creare «effetti di realtà», dai quali è poi difficile liberarsi, perché niente e nessuno potrà mai smentirli. Di fronte alla pubblicazione della foto sulle fosse comuni di Tripoli, che sapeva essere false, il capo-redattore di una agenzia di stampa italiana ha sostenuto che non si poteva fare altrimenti, «tutti le avrebbero pubblicate e si rischiava il buco».

Vengono in mente le immagini del finto massacro di Timisoara, in Romania, oppure quelle della finta strage di Racak, in Kossovo, che finirono entrambe sulle prime pagine di tutti i giornali, pur essendo frutto di una scandalosa manipolazione. Ed è doveroso ricordare come, nel falso di Racak, l’indignazione indotta nell’opinione pubblica internazionale servì poi a giustificare la guerra umanitaria scatenata contro il regime di Milosevic. Non che Milosevic o Gheddafi siano mai stati galantuomini da difendere. Tutt'altro, salvo la convenienza a farci affari.

 

 

La guerra in Libia come caso da manuale di bufale belliche

 

Premessa: tratto da qui

 

La guerra di Libia è un caso da manuale. Chiunque fosse interessato ad approfondire il rapporto tra comunicazione e conflitti del XXI secolo, dovrebbe studiarlo. L’ultimo numero speciale di Limes, dedicato alla vicenda libica parla di collasso dell’informazione, di domino della narrativa, di una vera e propria campagna di disinformazione costruita ad arte per legittimare la guerra umanitaria. Karim Mezran - saggista e direttore del Centro studi americani - è autore di uno degli articoli presenti nel numero, non a caso intitolato “Glossarietto delle bufale belliche”. Un viaggio nelle imprecisioni linguistiche del giornalismo, ma anche nelle manipolazioni di Al Jazeera, che ha costruito un universo immaginario decisivo nel creare il clima d’opinione favorevole alla guerra

“Al Jazeera” si è posta come portavoce della primavera araba. Eppure il proprietario del network è il Qatar, che non è propriamente una democrazia. Che ruolo ha avuto questa emittente nel caso libico?
Lo stato più assolutista del Medioriente detiene la proprietà della televisione del canale satellitare più “liberalista” che ci sia. Al Jazeera addirittura provoca con la propria campagna stampa autentiche rivolte e destabilizzazioni in tutta la regione. Sulla Tunisia ho avuto pochi ritorni, c’è stata una rivolta spontanea proveniente dall’interno ma subito sequestrata dalle elites di Tunisi e dalla media borghesia che male vedevano la corruzione del gruppetto di potere di Ben Ali. Bisogna ancora vedere gli effetti di ciò che è successo. S

ull’Egitto, invece,ha spinto di più. Ha mandato i suoi inviati in giro. Anche lì si è visto qualche tentativo di sobillare le folle dicendo che migliaia di sostenitori di Mubarak a cavallo e cammelli attaccava i manifestanti in piazza. In realtà erano poche dozzine, a detta dei testimoni. Ma al di là di queste incongruenze era difficile rilevare chissà quali campagne mediatiche. Fin lì i giornalisti di Al Jazeera hanno fatto il loro lavoro, magari hanno amplificato un po’ l’eco della manifestazione e della repressione, ma restando nei limiti. Questa, almeno, era la mia impressione.

Poi, però, è scoppiata la vicenda libica e lì mi si è aperta una voragine. La Libia è l’unico caso in cui ho la possibilità di controllare direttamente le informazioni. Qui posso dirlo con certezza. Fin dagli inizi sulla Libia è partita una campagna informativa ad altissimi livelli.

Ricordiamo ancora i diecimila morti e le fossi comuni annunciate con enfasi dai media. Si è rivelata una menzogna. Però ha predisposto l’opinione pubblica all’intervento militare, no?
Le fosse comuni è la menzogna più clamorosa. Tutti i nostri giornalisti hanno preso una bufala. Quelle erano le fosse del cimitero di Tajoura, si vedeva il cemento delle coperture. Una menzogna allucinante. Ho provato a chiamare anche il direttore di Repubblica per invocare un minimo di controllo sulle notizie. Nessuno controlla niente, si acchiappa tutto.

I giornali prendono a bocca aperta qualunque cosa Al Jazeera dica. E ci siamo dimenticati i mercenari che ammazzavano la gente a Bengasi, stando sempre a quel che stampa e televisioni riportavano nei primi giorni? Si è scoperto che erano gli operai di un cantiere edile, aizzati dal proprietario contro i dimostranti che volevano dare fuoco. Una delle foto di questi presunti mercenari congolesi ritraeva in realtà un operaio nero con un casco giallo.

Si disse pure di bombardamenti su Tripoli ordinati da Gheddafi. Nessuno ha sentito nulla. Tripoli non è Manhattan, se degli aerei bombardano, la gente se ne accorge. I giornalisti andarono negli ospedali per vedere le vittime. Non trovandone, dissero che il regime aveva fatto portare via i cadaveri.

E, ancora, le pile di cadaveri al mercato di Tajoura… Mia zia abita lì di fronte, aveva fatto la spesa come sempre, non ha visto nulla, né nessuno ha detto qualcosa. Si è detto che ai bordi di una superstrada c’erano cadaveri ammucchiati… mio cugino la fa tutti i giorni per andare a lavorare, non ha visto nulla. Tutte queste false notizie sono state date la prima settimana. Poi ho smesso di stargli dietro. E’ scoppiata la guerra e da quel momento è diventato difficile controllare.

Tra l’altro, se ci fossero stati diecimila morti in Libia, i feriti sarebbero stati almeno trentamila, facendo un semplice calcolo statistico. In un paese come quello avrebbe significato ospedali straripanti.

La popolazione ammonta a sei milioni di abitanti, perlopiù sparsi in un territorio vastissimo. Per fare diecimila morti ce ne vuole… Ho avuto modo di parlare con Alberto Negri che è stato tre settimane a Bengasi. Mi ha detto che gli unici morti che ha visto sono ventitré soldati di Gheddafi fatti secchi da un missile Tomahawk. Purtroppo i corrispondenti che vanno sul posto si limitano a riportare voci che acquistano consistenza mano a mano che vengono passate dagli uni agli altri.

Si sono impantanati in una guerra che non ha vie d’uscita. E ora?
Non hanno capito niente di quello che succede. Gli americani, che pure non riescono a resistere alle guerre umanitarie, quando sono arrivati sul posto - ci hanno mandato la Cia - si sono resi conto che la situazione non era come gliela aveva raccontata Sarkozy e si sono defilati.

La patata ora è nelle mani di francesi e inglesi, con il governo italiano che s’è accodato…
Non è una patata, semmai un tortino. E’ quello che cercavano, volevano papparsi il paese. Non è - come cerca di convincerci Bernard-Henri Lévy - una campagna umanitaria. Se non riescono a uscirne è solo perché hanno toppato.

Ma c’è stata una manovra con un ruolo di Sarkozy. La rivolta spontanea di Bengasi ha costretto ad anticipare i tempi di un colpo di stato che era in preparazione. I libici lo sapevano, c’erano stati incontri tra uomini del regime e servizi segreti francesi. Ora, siamo tutti addestrati a non credere nelle teorie complottistiche, ma qui qualcosa di strano è accaduto. La caserma di Aderna, dalla quale sono state prese le armi, non è stata attaccata da dimostranti in erba.

C’è anche una questione di diritto internazionale. Questa è un’ingerenza bella e buona nella sovranità di uno Stato, o no?
Io sono l’ultimo che difenderebbe Gheddafi, figuriamoci. Ma - tanto per fare un esempio - se per ipotesi la comunità cubana della Florida decidesse di fare una secessione e di marciare alla volta della città di Tallahassee, sparando sui poliziotti, l’esercito americano cosa farebbe?

Gheddafi ha mandato l’esercito a reprimere un’insorgenza armata come avrebbe fatto un qualsiasi altro Stato. Che sia un delinquente d’accordo, ma qui c’è stata un’improvvisa delegittimazione di un regime fino a ieri in ottime relazioni diplomatiche con tutti i paesi occidentali. Ed è accaduto tutto nel giro di quarantott’ore di bombardamento di notizie infondate.

Ma, insomma, c’è stata una sintonia o, quanto meno una reciprocità, tra le mire politiche di Francia & Co e la campagna mediatica di “Al Jazeera”?
Può essere una coincidenza, ma è anomala. Strano, ma non vogliamo sospettare di tutto. Una grancassa mediatica pazzesca e guarda caso, Sarkozy si erge a custode dei diritti umani contro il criminale Gheddafi.

Qual è lo scenario futuro più probabile, ora? In Libia c’è una guerra civile, un paese spaccato, o no?
Sì, ma i media non la rappresentano come una guerra civile, continuano a parlare di una rivolta popolare contro un regime repressivo che ha dalla sua parte soltanto schiere di miliziani tribali. La narrazione è questa: Gheddafi con i suoi mercenari contro il popolo insorto. Il ruolo dei media è stato decisivo. Ripeto, un regime legittimato da tutti a livello internazionale, che viene abbattuto in pochi giorni da parte della stampa.

I media hanno avuto un ruolo non solo nel legittimare la politica dei paesi occidentali. Un’influenza l’hanno anche sulle società civile dei paesi arabi e in qualche caso sono anche diventati attori interni alle proteste. Come mai hanno conquistato questo ruolo? C’è un vuoto di egemonia, hanno sostituito i partiti, mancano i movimenti, cosa succede?
Tutte queste cose messe assieme. Non c’è nulla, poi arriva una tv che si dichiara libera - sulla base di non si sa quale criterio - e si innesta nel vuoto delle società mediorientali e producono la loro
“narrazione”. Da questo punto di vista, Al Jazeera e Al Arabiya hanno compiuto una vera e propria rivoluzione mediatica. Positiva per certi aspetti, ma negativa per altri, nella misura in cui la loro azione diventa un’ingerenza nella sovranità degli Stati.

Limitiamoci a ricordare quello che dovrebbe essere il dogma del giornalismo, e cioè la cautela e il controllo delle fonti. L’uso di Twitter e la presenza dei blogger ha reso il controllo dell’informazione molto più difficile. Ormai basta che su un blog si riporti una voce di presunti massacri per mettere in moto una campagna mediatica.

Viene da chiedersi: sono i mezzi di comunicazione che non funzionano come si deve, magari condizionati dalla velocità e dalla catena di montaggio delle notizie, oppure in questo caso c’è stata una campagna mediatica diretta dall’alto?
Sempre nei primi giorni della vicenda libica mi è capitato di vedere una trasmissione su Repubblica tv. A un certo punto mandano un’intervista a un contatto del luogo. Era uno sconosciuto imprenditore di Bengasi che ha detto una serie di fandonie. Asseriva di aver visto corpi fatti a pezzi e gettati dalle finestre, centinaia di giovani bengasini che avanzavano a petto nudo contro i carri armati. Come si fa a costruire notizie in questo modo?

Secondo me, per venire alla domanda, sì, c’è stata una campagna orchestrata. La disinformazione è stata troppo massiccia. Sulla base di tutte queste informazioni sbagliate Sarkozy, improvvisamente celere, salta su e decide che Gheddafi è un criminale di guerra, e non per i quarant’anni di potere precedenti, ma per le fesserie dette e scritte nel giro di una settimana. E’ questo che fa imbufalire.

Ma come, l’avete trattato come un fratello, l’avete ricevuto con tutti gli onori agli Champs-Élysées malgrado quarant’anni di massacri e mistificazioni, e poi, sulla base di quattro fesserie di Al Jazeera l’avete condannato per reati di guerra, bloccando di fatto ogni iniziativa diplomatica di pace?

 

E se da una parte sono inesistenti i massacri di Gheddafi, dall'altro sono molto concreti gli incendi, saccheggi e abusi su civili messi in atto dai ribelli, come denunciato dalla celebre ong americana Human Rights Watch, che ne è stata “testimone diretta”. Amnesty International aveva già denunciato casi di defenestrazioni di “mercenari” da parte dei ribelli, di gente finita a colpi di machete o bruciata viva, di esecuzioni extragiudiziali, di fughe dei cittadini dalle città espugnate dai ribelli.

 

Proprio in Libia, più che in qualsiasi altro Paese mediorientale, la Nato e l'Occidente si sono screditati e il loro intervento militare viene unanimemente considerato come finalizzato al controllo delle risorse petrolifere e dei fondi sovrani libici più che mai vitali per risollevare le sorti della finanza internazionale.

Quanto agli islamici radicali, sono sufficientemente scaltri da usarci fintantoché li porteremo al potere, per poi rivoltarsi contro di noi in quanto «infedeli» non appena gli sarà data l'opportunità.

E se proprio vogliamo immaginare quale sarà lo scenario prossimo in Libia, non dobbiamo far altro che guardare quanto sta accadendo alle sue frontiere, in Tunisia e in Egitto, i due paesi che abbiamo lungamente osannato per la rivolta popolare che ha scalzato dal potere Ben Ali e Mubarak, mentre ora si ritrovano sempre più in balia sia delle forze islamiche radicali legate ai Fratelli Musulmani sia delle forze nazionaliste panarabe, unite dalla negazione del diritto di Israele a esistere come Stato del popolo ebraico, dal sostegno ai terroristi palestinesi di Hamas, dalla discriminazione e persecuzione dei cristiani che rifiutano lo status di «dhimmi», sottomessi alla sharia (legge coranica), o che rivendicano una loro identità autonoma.

 

Come è infine andata a finire la guerra? Grazie al supporto degli europei, Gheddafi è stato definitivamente sconfitto e la Libia si prepara a diventare una teocrazia basata sull'Islam.

La fine di Gheddafi e' stata emblematica per capire chi saranno i leader del prossimo inverno arabo, lo hanno linciato, sodomizzato con un bastone e infine ucciso mentre urlavano come bestie assetate di sangue saltando intorno a quel corpo insanguinato. Non contenti sono poi andati, tutti in fila, a guardarlo da morto, sotto una coperta, disteso su un pavimento lurido, lui e suo figlio, sono andati a guardare portando anche i bambini di casa perché i bambini arabi devono imparare odio, violenza e barbarie quando sono ancora in fasce.

Estremismo islamico a parte, cosa è accaduto in Libia dopo la caduta di Gheddafi, le cose sono migliorate rispetto al suo governo? Ebbene no, il paese è nel caos, le milizie non disarmano, il governo è inetto, si torturano e si uccidono innocenti, come ben riassunto qui.

 

 

Video spiegazione: Le bufale raccontate sulla guerra in Libia per giustificare l'attacco

 

 

 

 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
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dott. Pasquariello Domenico

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