La bufala della guerra in Iraq

 

 

Premessa: adattato da qui, qui, qui, qui e qui

 

Non si possono dimenticare le prove fabbricate per giustificare l’invasione del 2003 in Iraq e la relativa guerra: le inesistenti armi di distruzione di massa, la torta gialla dal Niger (l’uranio), le ripetute e false associazioni tra Saddam e l’11/9....in seguito tutto dimostrato essere falso.

Una storia oscura e complessa, fatta di menzogne e di informazioni inventate di sana pianta, dirette ad avallare la tesi del possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa (nucleari e chimiche), o quantomeno dei suoi tentativi di averle. Da tempo è noto che quelle armi in Iraq non c’erano, così come erano inesistenti i legami tra Saddam e il terrorismo islamico, altra giustificazione della “guerra preventiva”.

 

 

Le armi di distruzioni di massa

 

Il disertore iracheno che ha convinto la Casa Bianca del fatto che l’Iraq avesse un programma segreto per sviluppare armi biologiche ha ammesso di essersi inventato tutto.
Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, nome in codice Curveball per i servizi segreti tedeschi e americani, è stato intervistato dal Guardian e per la prima volta ha confessato di aver inventato la storia dei camion carichi di armi biologiche e fabbriche clandestine nel tentativo di far cadere il regime di Saddam Hussein, da cui era fuggito nel 1995.
“Forse ho fatto bene, forse no”. Ha detto “Mi hanno dato questa possibilità. Ho avuto la possibilità di architettare qualcosa per rovesciare il regime. Io e i miei figli siamo orgogliosi di questo, e siamo orgogliosi che abbia creato la possibilità per portare la democrazia in Iraq”
Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, racconta al Guardian di essere stato contattato dai servizi segreti tedeschi, BND, nel 2000. Durante tutto l’anno Janabi ha raccontato dei camion che trasportavano armi biologiche. Inizialmente non è stato creduto e le sue affermazioni sono state sottoposte al suo ex capo alla Commissione per l’Industria Militare in Iraq, il dottor Basile Latif il quale ha smentito tutto.
Janabi non viene più convocato fino al 2002 ma a partire da quell’anno gli fu chiaro che i tedeschi questa volta erano disposti a credergli e che era in corso la preparazione della guerra. Alle domande a cui fu sottoposto avrebbe potuto rispondere qualsiasi ingegnere del settore chimico, afferma.
 

La sua confessione è arrivata nell’ottavo anniversario del discorso di Colin Powell alle Nazioni Unite, in cui l’allora segretario di Stato americano fece affidamento alle menzogne raccontate da Janabi ai servizi segreti tedeschi. E sono solo.

Powell dichiarò anche che gli iracheni avevano dei missili e dei siti di lancio nascosti fra le palme dell’Iraq occidentale; niente di tutto questo fu mai trovato.
Powell dichiarò anche che gli iracheni avevano 8500 litri di antrace (2245galloni). Non fu mai trovata.
Powell dichiarò che l’Iraq aveva 4 tonnellate di gas nervino VX. Le Nazioni Unite avevano già confermato che era stato distrutto. Gli unici campioni di gas residui furono quelli lasciati dagli USA per contaminare le testate irachene. Gli USA si affrettarono a distruggere i loro campioni prima che prove di paragone potessero iniziare.
Powell dichiarò che l’Iraq stava costruendo delle macchine volanti a lungo raggio, con comando a distanza progettate per portare armi biologiche. Le uniche macchine volanti che furono trovate, erano utili solo per la ricognizione a breve raggio.

Powell dichiarò che l’Iraq aveva fra le 100 e 500 tonnellate di agenti chimici per la guerra biologica. Powell non dette alcuna prova per le sue asserzioni. Il rapporto della DIA, divulgato allo stesso tempo, era in diretta contraddizione con quanto asserito da Powell. Non sono mai state trovate armi chimiche o biologiche a seguito dell’invasione, in Iraq.
Powell dichiarò che informazioni provenienti da persone che non poteva indicare, confermavano che Saddam aveva autorizzato i suoi comandanti ad usare armi biologiche. Tali armi in Iraq non sono mai state usate per fermare l’invasione, e neanche ne sono state trovate.
Powell dichiarò che 122 testate erano state trovate dagli ispettori delle Nazioni Unite definite armi chimiche. Risultò che le testate erano vuote, e non mostravano segno d’aver mai contenuto armi chimiche.
Powell ha dichiarato che l’Iraq aveva una forza segreta di missili SCUD a lunga gittata. Questi non sono mai stati trovati.
Alla fine, la prova del nove che erano state dette bugie sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq fu che non furono mai trovate tali armi.

 

 

La torta gialla dal Niger

 

Peggio ancora per la torta gialla dal Niger. All’origine abbiamo un rapporto inviato il 15 ottobre 2001 (un mese e cinque giorni dopo l’attentato alle Twin Towers) dal Sismi alla Cia: in esso si comunica che “ evidenze di intelligence”, fornite da una fonte attendibile da tempo in rapporto con il Sismi, chiamata “la Signora”, l’Iraq sta cercando di acquistare nel Niger uranio grezzo, detto “yellow cake”.

La Cia risponde che l’informazione appare molto dubbia, e il generale Nicolò Pollari, succeduto in quei giorni all’ammiraglio Battelli alla guida del Sismi, replica sottolineando che si tratta solo di un’ipotesi. Quanto a “la Signora”, che sarebbe una funzionaria dell’ambasciata del Niger a Roma, apparirà in un altro contesto “informativo”, per poi dileguarsi dietro le quinte.

Se il rapporto inviato dal Sismi alla Cia è scarno e prudente, presto entra in circolazione un voluminoso dossier nel quale le contrattazioni tra Iraq e Niger per l’acquisto della “yellow cake” (500 tonnellate di “torta gialla, si afferma) sono ampiamente documentate: un materiale, è il caso di dirlo, esplosivo, la prova delle bieche intenzioni del tiranno di Baghdad, la giustificazione di uno sbrigativo intervento militare prima che sia troppo tardi. Un solo problema: il dossier è un falso integrale.

Lo ha messo insieme un certo Rocco Martino, ex carabiniere ed ex collaboratore del servizio segreto militare, aiutato da un suo amico, il colonnello Antonio Nucera, vice capocentro del Sismi fino al gennaio 2002 (quando va in pensione), e da una terza persona. Singolare coincidenza, si tratta di quella “Signora” che ha fornito informazioni sullo stesso tema al Sismi, e dal Sismi trasmesse, con clausola dubitativa, agli americani. O forse si tratta delle medesime informazioni. Comunque, un “bidone”.


Corre l’anno 2002, e Rocco Martino cerca di rifilare, in cambio di un congruo compenso, il suo pacco di carte fasulle a destra e a sinistra. A Roma prende contatto con il capostazione della Cia presso l’ambasciata Usa, Jeff Castelli, che però non lo prende in considerazione. A Bruxelles fa la stessa offerta ai “servizi” francesi, e al MI6 britannico. Il dossier gira, se ne parla negli ambienti bene informati, ma nessuno sembra prenderlo sul serio.

Arriva anche alla redazione di Panorama, che ne consegna una copia all’ambasciata americana a Roma, e ne pubblica alcuni estratti. Il 9 settembre 2002 Nicolò Pollari, accompagnato da alcuni funzionari del Sismi, è a Washington, dove incontra Condoleeza Rice, allora consigliere per la sicurezza, e il suo vice Stephen Hadley: “una semplice visita protocollare”, si affermerà, nella quale di uranio non si parla.


Eppure, nel febbraio 2002, il vicepresidente Dick Cheney ha chiesto alla Cia di verificare le notizie sull’uranio nigeriano venute dall’Italia. Quali? Quelle del Sismi, o quelle di Rocco Martino? Il fatto è che Cheney, il capo del Pentagono, Rumsfeld, Condoleeza Rice, e lo stesso Bush, hanno urgenza di trovare delle giustificazioni alla guerra già messa in cantiere. Mentre da Langley, sede della Cia, si continua a rispondere che non c’è nulla di vero, e che una guerra contro l’Iraq sarebbe un errore, sia per quanto riguarda il rischio delle armi di distruzione di massa, sia per la lotta al terrorismo.

Ma Cheney insiste, e viene mandato in missione nel Niger Joseph Wilson, ambasciatore di carriera, esperto di Africa: tornato dalla sua missione, Wilson afferma nel suo rapporto, inviato al Dipartimento di Stato, che le notizie sugli acquisti di uranio nel Niger sono pure invenzioni.

Nel gennaio 2003 Bush, pronunciando il rituale discorso sullo stato dell’Unione non tiene conto di quel rapporto, anzi afferma il contrario. L’ambasciatore controbatte con un articolo sul New York Times raccontando la storia della sua missione.

E scatta la vendetta della Casa Bianca: informati da Lewis Libby, primo consigliere di Dick Cheney, giornalisti compiacenti scrivono che la moglie di Wilson, Valerie Plane, è da anni un agente “sotto copertura” della Cia. E la Cia, si sa, è contraria alla guerra… Solo che rivelare l’identità di un agente segreto “sotto copertura” è un crimine federale, e un procuratore generale (peraltro di simpatie repubblicane) manda sotto processo Lewis Libby. La Casa Bianca tace, e trema. In America non si scherza con la legge, e l’ombra dell’impeachment incombe sempre sulla presidenza.

E ora che al “Cia-gate” si intreccia il “Niger-gate”, grazie soprattutto a una ampia e precisa inchiesta di La Repubblica, condotta in Italia e negli Usa da Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, è lecito attendersi nuovi lumi su questa vicenda. Non si tratta, infatti, di un semplice scandalo politico, e sembra inutile spiegare nuovamente perché.

Negli Stati Uniti l’Fbi, indaga – come è suo compito di organismo incaricato del controspionaggio – su chi ha voluto ingannare la presidenza con false informazioni. Anche se tutti sanno che la presidenza, da Gorge W. in giù, voleva essere ingannata, ignorando chi cercava di metterla sull’avviso. In Italia, più silenzi che risposte. Il Sismi si chiama fuori da tutto, e il Comitato parlamentare di controllo, maggioranza e opposizione unite, lo assolve benignamente.

 

 

I legami con Al-Quaeda
 

Il regime di Saddam Hussein non collaborava con Al Qaeda prima dell'invasione americana in Iraq. E le prove sui presunti legami tra la rete terroristica di Bin Laden e il regime baathista di Saddam sono scarse, se non del tutto inconsistenti. E' questa la conclusione di un rapporto del Pentagono che è stato desecretato.
Il rapporto, a firma di Thomas F. Gimble, ispettore generale, contiene anche nuovi dettagli sull'opinione diffusa all'interno della comunità dell'intelligence, prima dell'invasione in Iraq, che il governo di Bagdad e alcuni membri di Qaeda avessero solo pochi, limitati contatti, e che i rapporti che suggerivano il contrario fossero basati su informazioni dubbie e non confermate.

Uno dei più accaniti sostenitori della sospetta alleanza tra l'organizzazione terroristica del miliardario saudita e il deposto regime iracheno era, e continua ad essere tutt'oggi, il vicepresidente americano Dick Cheney. Proprio questa, insieme all'accusa di possedere armi di distruzione di massa, fu la principale motivazione addotta da Washington per sferrare l'intervento militare che portò alla caduta di Saddam.
In un passaggio, etichettato come "segreto", il rapporto in particolare bolla come "inappropriata" la valutazione di uno specifico ufficio chiave del Pentagono, sotto la guida di Douglas J. Feith, che, in un briefing al team del vicepresidente nel settembre 2002 definì il rapporto fra Al Qaeda e il regime di Saddam come "maturo" e "simbiotico": giudizio assolutamente non condiviso dal resto dell'intelligence.

Il rapporto del Pentagono tra gli altri documenti ne cita uno della Cia, datato giugno 2002, in cui si afferma: "Nel complesso le nostre informazioni non forniscono prove decisive su una cooperazione relativa a specifiche operazioni terroristiche".
I presunti rapporti tra il regime di Saddam e Al Qaeda, in definitiva, non potevano essere dimostrati, prima della decisione dell'amministrazione Bush di invadere l'Iraq. Del resto, sottolinea il Washington Post, gli interrogatori a cui sono stati sottoposti Saddam e i gerarchi del regime, durante la loro prigionia, hanno confermato che Bagdad non aveva stretto alcuna alleanza strategica con Al Qaeda. Un altro rapporto della Cia, datato agosto 2002, descriveva l'intelligence irachena e Al Qaeda come "due organizzazioni che si stavano studiando e tentavano di sfruttarsi a vicenda".
Stessa conclusione cui era giunta la Defence Intelligence Agency (Dia), prima della guerra, affermando che non c'erano specifiche informazioni "a riprova delle relazioni" tra l'Iraq e il braccio iracheno di Al Qaeda guidato da Abu Musab Al Zaraqwi, il terrorista giordano ucciso in un raid aereo delle forze Usa nel giugno 2006.

 

I falsi eroi

 

Jessica Lynch: la dipinsero come un'eroina, raccontando che «sparò fino all'ultimo colpo» pur di non finire in mani irachene. Subito dopo la sua liberazione, avvenuta attraverso un blitz sensazionale nell'ospedale di Nassirya nell'aprile 2003, la sua foto fece il giro del mondo. Tanto da essere contrapposta a quella di Lynndie, la soldatessa delle torture del carcere di Abu Grahib, «il volto brutto della guerra».
 

E invece la storia di Jessica era falsa. La giovane fu effettivamente rapita dagli iracheni e poi liberata, ma il suo comportamento non fu così eroico come il governo americano volle far credere. È stata la stessa soldatessa a ribadirlo. Lo aveva già fatto in passato, stavolta però la sua testimonianza è arrivata davanti alla Commissione di supervisione e di riforme governative della Camera dei Rappresentanti. «La questione, qui, è che il popolo americano sa decidere da solo chi è il suo ideale di eroe, e non c’è alcun bisogno che si senta raccontare una lunga serie di bugie» ha affermato. Jessica ha accusato il governo di creare eroi per sostenere la causa di una missione sempre più controversa e criticata, quale è la guerra irachena.

Di Jessica si disse che combatté eroicamente contro gli iracheni, sparando alcuni colpi contro il nemico: una menzogna, visto che Lynch non sparò mai un colpo nel corso di quel combattimento. Anzi, durante lo scontro perse conoscenza e si risvegliò in ospedale, dove non fu affatto maltrattata come si disse. «La verità della guerra non è sempre facile - ha detto Jessica- La verità è sempre più eroica dell'esagerazione».
 

Un caso simile fu Pat Tillman, l'ex campione di football americano che rinunciò a un contratto di un milione di dollari - dopo la tragedia dell'11 settembre - per andare a combattere in Afghanistan, e che il 23 aprile del 2004 perse la vita a causa del fuoco amico. La vicenda di Tillman ha scatenato un’ondata di polemiche in quanto anche in questo caso il governo fece di lui un eroe, arrivando addirittura a insabbiare la verità e lasciando credere alla famiglia che l'ex campione di football era morto eroicamente, in un'imboscata del nemico.
Iil fratello di Pat Tillman, Kevin, ha accusato il Pentagono di aver raccontato "bugie intenzionali", e di aver dato il via a una serie di «false verità in modo studiato e deliberato». «Riteniamo che questo racconto sia stato concepito per ingannare la mia famiglia ma, cosa ancora più importante, il pubblico americano - ha detto Kevin nel corso della sua testimonianza - La morte di Pat è stata chiaramente il risultato di "fratricidio"». Kevin ha precisato che le dichiarazioni con cui il corpo militare ha spiegato le ragioni della morte di Pat sono state una vera e propria "frode". "Rivelare che la morte di Pat fu il risultato di un fratricidio si sarebbe confermato l’ennesimo disastro politico in un mese di disastri politici e dunque, fu necessario nascondere la verità».

Henry Waxman, presidente della commissione, ha accusato così il governo di aver inventato «storie e dettagli sensazionali», sia riguardo alla storia di Jessica Lynch che a quella di Tillman. Importante ricordare che la storia dell'ex soldatessa venne raccontata proprio quando gli Stati Uniti erano alle prese con lo scandalo degli abusi sui prigionieri di Abu Ghraib, in Iraq. «Il governo ha violato le sue responsabilità di base», ha detto Waxman.
Il quadro si è fatto più controverso quando a prendere la parola è stato Bryan O'Neal, ex sergente che vide con i suoi occhi l'ex giocatore di football perdere la vita a causa di un fuoco amico. «Mi fu ordinato di non dire nulla» alla famiglia, ha ricordato O'Neal. L'ordine arrivò dall’allora colonnello Jeff Bailey, comandante del battaglione che controllava il plotone di Tillman.
E Mary Tillman, madre dell'ex campione, ritiene che all'epoca, l'allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sapesse alla perfezione come erano andate le cose. «Il fatto secondo cui nessuno abbia detto a Rumsfeld che (Pat) morì in un fuoco amico è ridicolo».
 


 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico

http://ceifan.org